E Washington deve ripartire da zero in Palestina

Era arrivata senza un piano, ma rischia di tornarsene a Washington senza neppure la vecchia road map, l’ultima vestigia negoziale sopravvissuta ai torbidi mediorientali. A far lo sgambetto al Segretario di Stato Condoleezza Rice ci pensa il presidente palestinese Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, opponendo un secco rifiuto a qualsiasi soluzione provvisoria per lo Stato palestinese. «Siamo contrari - ricorda a muso duro l’anziano presidente durante la conferenza stampa di Ramallah – ad ogni soluzione temporanea e transitoria, incluso uno Stato con confini provvisori, perché non la consideriamo una scelta realistica su cui far affidamento». La vampata d’orgoglio di Mahmoud Abbas - rivolta non tanto a controbattere le promesse di maggior impegno della Rice quanto a prevenire una proposta per la creazione di uno Stato palestinese su confini provvisori lanciata lo scorso mese dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni - finisce con il provocare un piccolo terremoto diplomatico. Rifiutare soluzioni temporanee significa anche far carta straccia della vecchia road map, ovvero dell’unica per quanto logora proposta negoziale ancora riconosciuta da israeliani e palestinesi. «Dal nostro punto di vista - spiega Saeb Erakat, uno dei negoziatori palestinesi più vicini al presidente - questo è il momento di portare a termine il gioco: in questo momento decisivo il processo di pace può venir rilanciato soltanto avviando negoziati su una soluzione finale».
Il fine settimana «israeliano palestinese» - progettato per raccogliere idee e proposte e rispondere alle richieste di un maggior impegno americano provenienti da Europa e Stati arabi - rischia insomma di metter il segretario di Stato di fronte ad una situazione ancor più complessa e ingarbugliata. Una situazione in cui si rischia di dover ripartire da zero, ma in cui continuano, drammaticamente, a mancare gli interlocutori. L’ostinazione statunitense nel riproporre una road map vecchia di tre anni, nonostante le pressanti richieste di proposte più originali e aggiornate provenienti da Egitto e Giordania, deriva soprattutto dalla mancanza d’interlocutori capaci di garantire un’intesa finale. Questa scomoda, ma incontrovertibile realtà, è stata anche al centro dei riservatissimi colloqui di ieri sera ad Amman con re Abdallah di Giordania. Difficile, sembra far capire la Rice - puntare su soluzioni decisive fino a quando Israele è nelle mani di un premier con un indice di consenso sotto il 15% e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si dimostra incapace di aver la meglio nello scontro con Hamas.
In questa situazione, fa capire tra le righe il segretario di Stato, Washington preferisce stare alla finestra appoggiando, semmai, i tentativi di soluzioni o i compromessi pilotati dai Paesi arabi alleati. E l’interlocutore più ascoltato sembra, in questo momento, proprio la Giordania per la sua capacità di giocare un ruolo strategico sia all’interno dell’Irak sia nei territori palestinesi.