E Woodcock finisce nel mirino del procuratore Toghe contro toghe: colpi bassi tra giudici vip

Il procuratore di Roma contesta il metodo Woodcock: l'abuso delle intercettazioni, la violazione della privacy e la criminalizzazione di semplici incontri: &quot;Agiscono nell'illegalità&quot;. <strong><a href="/interni/rovinati_woodcock_ernesto_marzano/29-07-2011/articolo-id=537512-page=0-comments=1">Rovinati da Woodcock: Ernesto Marzano
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RomaToghe contro toghe, accuse velenose sull’asse Roma-Napoli, molti sassolini tolti dalle scarpe. In una lunga intervista concessa all’Espresso oggi in edicola, l’aggiunto della procura capitolina e coordinatore della Dda di Roma Giancarlo Capaldo rivendica il diritto d’essere andato, a dicembre, a cena con Tremonti e con Milanese, senza fare «cose illecite». E mentre dal Csm rimbalza la notizia dell’apertura di una pratica su quell’incontro («Mi fa piacere che il Csm si stia interessando ad una vicenda emblematica di una clamorosa strumentalizzazione massmediatica. Mi auguro che sappia trovare la forza di individuare le gravi responsabilità di chi manipola la verità per conquistare illegittimamente fette di potere», spiegherà in serata), il magistrato romano lancia un attacco frontale ai colleghi che non tengono un «profilo basso», o che vogliono dare «un clamore un po’ provinciale alle proprie inchieste», che fanno «eccessivo ricorso alle intercettazioni», che interpretano con troppa leggerezza la competenza territoriale mettendo così in piedi «una forma di illegalità».
Capaldo questo «collega che sbaglia» non lo nomina esplicitamente mai, ma l’identikit dei suoi strali sembra corrispondere a quello di John Henry Woodcock, il pm anglopartenopeo che a Napoli conduce l’indagine sulla presunta P4. L’intervista all’Espresso di Capaldo non solo sembra dar ragione a quanti ipotizzano attriti tra le procure di Roma e di Napoli dovuti agli sviluppi delle ultime inchieste «incrociate», dalla P3 alla P4, soprattutto per motivi di competenza territoriale, ma suona come un vero e proprio atto d’accusa contro i metodi d’indagine cari a Woodcock, paventando la creazione di un sistema di «dossieraggio» quasi gossipparo basato sulle intercettazioni non rilevanti per le inchieste, ma sufficienti a colpire gli «spiati» spiattellando le loro chiacchiere sui giornali.
Capaldo esordisce spiegando che la procura di Roma non merita più l’appellativo di «porto delle nebbie» perché «svolge le funzioni nel modo migliore possibile», con «il senso istituzionale e il profilo basso che deve avere il magistrato rispetto alle inchieste». «È da oltre un anno - aggiungerà poi - che resisto a tentativi diretti a delegittimarmi ed a impedirmi di portare avanti, insieme con altri colleghi, inchieste molto scomode». La frecciata non è abbastanza chiara? Capaldo rincara la dose, aggiungendo che se le inchieste romane finiscono sui giornali è «per l’importanza oggettiva non per il clamore, un po’ provinciale, che qualcuno vuole dare alle proprie indagini». E anche se l’aggiunto romano risponde di non riferirsi a una procura in particolare, quando gli viene chiesto delle indagini napoletane basate su fatti avvenuti a Roma, replica che il fatto che Roma sia «oggettivamente» la sede naturale più frequente per «i reati corruttivi più rilevanti» evidentemente «non è visto bene da altre procure». Un preludio a un nuovo affondo: «La competenza non è solo un fatto burocratico - insiste - ma un primo aspetto di legalità (...) svolgere indagini per cui non si è competenti è una forma di violazione della norma. Una forma di illegalità».
La toga romana glissa sulla cena, limitandosi a dire che «soltanto malpensanti, e ce ne sono molti, possono aver ipotizzato che si è parlato con il ministro di fatti giudiziari», ma quando si sfiora ancora il tema del collegamento tra i «doppi filoni» di indagine tra Roma e Napoli, torna a ipotizzare «strumenti migliori di coordinamento» per «evitare processi paralleli o coincidenti».
Ma il veleno è nella coda. «Cosa pensa delle intercettazioni?», chiede all’aggiunto romano l’autore dell’intervista, Lirio Abbate. E Capaldo, dopo aver elogiato «uno degli strumenti di investigazione più importanti» chiosa: «Ritengo che vi sia un ricorso eccessivo». Con la conseguenza, continua, che gli indagati «non parlano più al telefono dei propri traffici». L’effetto è che finiscono spiate conversazioni sulla «sfera intima dell’indagato», e l’intercettazione «diventa più gossip».
Ossia «uno strumento pericoloso per i dossieraggi che oggi sono di moda», quegli stessi dossieraggi che, per dirne una, Woodcock e Curcio ipotizzano come sfondo della presunta P4. Ma allora la cura è peggiore del male? C’è una macchina del fango «mascherata» da potere giudiziario? L’ultima stoccata di Capaldo non sembra colpire troppo lontano: «Se le notizie sono acquisite in atti di indagini - conclude il procuratore aggiunto di Roma - queste rischiano di diventare dei dossier giudiziari e mettere la vita privata delle persone in piazza al di là della valenza penale».