Ebree ultraortodosse allo sciopero del sesso

L’hanno messa giù durissima: sfruttamento del lavoro, mancato pagamento del salario, comportamento antisindacale. E adesso, come si suol dire, li tengono per le palle: sciopero del sesso, a singhiozzo, a sospiro, a smorzacandela. Le ragazze ortodosse, fino a ieri così buonine e remissive, si sono fatte improvvisamente carogne: manderanno in bianco i mariti a tempo indeterminato e senza fasce protette. Non verranno garantite nemmeno le emergenze. Motivo: da cinque mesi non vengono pagati gli stipendi delle ragazze dei mikve, di quei luoghi cioè dove ogni mese, per antico rito ebraico, le donne devono compiere abluzioni, cioè più o meno immergersi nell’acqua santa, per purificarsi e avere quindi diritto ai rapporti con il marito. E dove se non sei ultraortodossa, ci devi andare almeno una volta nella vita se vuoi il certificato di matrimonio. Le ragazze che lavorano in questa vasca pubblica, persino poco igienica, ricevono di norma un misero stipendio pagato dai consigli religiosi che dipendono praticamente dal governo. Almeno fino a cinque mesi fa. «Se siamo costrette a essere impure, saremo obbligate alla castità» si è lamentata la Cofferati ultraortodossa, l’avvocatessa Batia Kahane-Dror che dice di ispirarsi a Lisistrata, che fermò la guerra nel Peloponneso con uno sciopero del sesso. Crumire nessuna: «Anche perché, diciamocelo francamente, noi non moriremo di certo...». I rabbini hanno proposto la precettazione. Ma come soluzione non è sembrata molto ortodossa...