Gli ebrei contestano Bertinotti a Gerusalemme

«Con Berlusconi ci siamo sentiti molto più garantiti». E il ministro degli Esteri Livni: «Il voto popolare non legittima Hamas»

nostro inviato a Gerusalemme
Un agguato nel Tempio. «Sì, un agguato verbale...», sussurra dispiaciuto Fausto Bertinotti. «Di sicuro non mi aspettavo una sgrammaticatura del genere, perché ogni aggressione verbale e ogni misconoscimento delle ragioni dell’altro sono un impedimento alla comprensione». In altri tempi e in altri luoghi, la frattura profonda che si apre tra la comunità italo-ebraica di Gerusalemme e il leader più carismatico della sinistra italiana avrebbe avuto, da ieri, motivazioni in più. «Chiamatemi ancora, quando finirà il mio mandato da presidente della Camera ne discuteremo», dice Bertinotti a conclusione dell’incidente diplomatico che si consuma proprio nella Sinagoga che avrebbe dovuto suggellare gli sforzi dell’illustre connazionale per la costruzione del dialogo. Sempre e comunque.
Invece, ecco l’ambasciatore De Bernardin commentare l’imbarazzo vissuto come «una pugnalata più nei miei confronti che del presidente della Camera». E il presidente della Comunità, Vito Anav, sostenere che «democrazia è anche la costruzione del Muro, se impedisce a un estraneo di entrare a casa tua per farti del male». E ancora, visto che ormai le cateratte si sono aperte, Bertinotti è andato via, e si può parlare fuori dai denti: «Altro che equivicini, un governo democratico non può essere considerato alla pari di un governo fondamentalista islamico. Altro che integrazione con gli arabi, noi vogliamo la separazione. Lontani da noi, e che si rompano le corna da soli...». Con Hamas «niente trattativa». Da ex «morettiano», Anav ce l’ha con «questa sinistra italiana che per vent’anni ha visto la realtà con gli occhiali da sole made in Urss e ora con quelli di un conformismo senza sbocchi. Come sempre dovremo difenderci da soli... Con il governo Berlusconi ci siamo sentiti molto più garantiti, ha saputo portare al top i rapporti tra Italia e Israele, costruendo anche un canale per il miglioramento dei rapporti tra Israele ed Europa».
Ma oggi che la crisi del governo israeliano sembra alle porte, con voci che addirittura parlano di richiamo dei riservisti in previsione di una recrudescenza armata entro l’estate, la tenace logica del dialogo a tutti i costi predicata da Bertinotti si scontra con la cruda realtà dei fatti. Un «confronto senza veli diplomatici», come nell’agguato al Tempio. Già a prima mattina, all’università palestinese, il presidente della Camera era stato messo alle strette da alcuni professori arabi che contestavano l’esistenza dello Stato israeliano. Secca la chiusura di Bertinotti: «L’esistenza di Israele è una realtà storica che si è caricata di valore simbolico e non può essere disconosciuta...». Più tardi, incontrando la ministra degli Esteri israeliana, Tipzi Livni, il presidente della Camera aveva ricevuto altri segnali preoccupanti. «Nessun riconoscimento a Hamas - gli ha confermato la Livni -. E non basta dire che la legittimazione di forze come Hamas o Hezbollah risieda nel voto del popolo... Il voto è un giudizio tecnico, mentre la democrazia si basa su altri valori».
Dulcis in fundo, si fa per dire, l’accoglienza alla Sinagoga. «Un’emozione - ha confessato Bertinotti nella sua replica - che mi si è arrestata dopo le parole che ho ascoltato...». L’atto d’accusa di Anav verso una sinistra che ha abbandonato Israele, rendendosi complice di «pregiudizi e menzogne». Poi una lettera del professor Sergio Della Pergola, letta dal presidente del Comites, Beniamino Lazar. «Dalla guerra del ’67 in poi c’è stata una pulizia etnica tra le fila dei parlamentari della sinistra italiana...». Diventato visibile il disagio degli ospiti, l’ambasciatore è intervenuto a interrompere la lettura. «Visto che ha cominciato, vada fino in fondo», la sfida di Bertinotti a Lazar, che è comunque saltato alle conclusioni. Un imbarazzo sciolto da Bertinotti, che ha spiegato come non fosse nelle condizioni di poter rispondere né a nome della sinistra, né del governo, considerate le sue vesti istituzionali. «Ma le mie posizioni espresse nel passato sono conosciute ed esplicite, non ho nulla di cui pentirmi. Trovo la formula dell’equivicinanza, espressa dal ministro D’Alema, molto intelligente, perché parla il linguaggio del rispetto e del dialogo. Ho visto anche i campi dei palestinesi, e penso che le loro condizioni di vita meritino una qualche comprensione. Si tratta di due popoli che non hanno alcuna ragione per contrastarsi, anzi penso che il futuro dell’uno sia nel futuro dell’altro». Magari fosse vero.