Ebrei in terra d’Israele

Noi scordiamo donde siamo
\[venuti. I nostri nomi
ebraici dell’esilio ci disvelano,
ricordano il fiore e il frutto,
\[e città medievali,
metalli, cavalieri diventati pietra,
\[e rose in abbondanza,
profumi svaporati, gemme,
\[molto rosso,
lavori manuali che non sono più
\[al mondo.
(E neanche le mani.)
Il taglio del prepuzio ci confonde,
\[come dice la Bibbia
nel racconto di Sichèm e dei figli
\[di Giacobbe:
un dolore che dura finché viviamo.
Che facciamo, tornando in questo
\[luogo con quel dolore.
Le nostalgie sono state
\[prosciugate con le paludi,
il deserto rifiorisce per noi,
\[abbiamo figli leggiadri.
Anche i relitti delle navi
\[naufragate in viaggio
giungono a questa costa,
anche i venti vi giungono.
\[Ma non tutte le vele.
Che facciamo
in quest’oscura terra che getta
ombre gialle che tagliano gli occhi
(succede che qualcuno ancora
\[dica
dopo quaranta o cinquant’anni:
«questo sole mi uccide»).
Che facciamo delle anime
\[di nebbia, dei nomi,
degli occhi di selva, dei nostri figli
\[leggiadri,
del nostro rapido sangue?
Il sangue sparso non è radici
ma è la cosa più vicina alle radici
che abbiano gli uomini.