Un ebreo e un palestinese insieme sognando la Ferrari

Aric Lapter e Rashid Nashashibi si sono conosciuti sui kart, hanno fatto amicizia e fondato la scuderia Racing for Peace. Quest’anno correranno in Inghilterra, formula Vee, sette gare a testa. Per farsi notare dalla F1

Tutto è nato in un parcheggio nel deserto, poco fuori Tel Aviv, un paio di anni fa. Tutto è nato da un’occhiata furtiva, meglio, due occhiate. Non malevoli, sospettose. Aric che infila il casco e sale sul go kart, Rashid che indossa la tuta e monta sul piccolo bolide vicino. Poi la corsa pazza, le manches del tutti contro tutti e forse - anche se ora lo negherebbero, lo negherebbero di sicuro - e poi uno contro l’altro perché «Rashid prima del via parlava un inglese perfetto, lo credevo americano, non immaginavo fosse palestinese, però mentre prendeva posto ho scorto quella bandiera sulla tuta» dirà Aric. E perché «non avevo mai visto un pilota con una stella di David così grande in mostra sul casco, ma che vuol fare quello lì? pensai...» ribatterà Rashid.
Quel giorno si concluse tre a uno per il giovane palestinese; merito dei suoi 23 anni contro i 31 di Aric, merito del tempo passato ad allenarsi del primo e di quello trascorso a progettare piccole monoposto del secondo. «Tre settimane dopo mi squilla il telefonino: è Aric. “Ho una grande idea” mi dice, “Vediamoci”, gli rispondo» racconta oggi Rashid Nashashibi. Se solo Bernie Ecclestone, padre padrone della F1, sapesse di questi due ragazzi, non direbbe, come invece ha fatto di recente, «vorrei che Hamilton, oltre che di colore, fosse anche islamico». Più semplicemente, gli basterebbe, di tanto in tanto, dare un’occhiata a ’sti due. Perché la grande idea avuta quel giorno da Aric, Aric Lapter, era questa: «Rashid, mettiamoci in società, io ebreo e tu palestinese, un’auto per due, sette gare a testa, Israele e Palestina unite, poche parole e tanti fatti. Dimostriamo con i motori quel che alla politica non riesce, perché in pista non si spara, in pista si corre... E magari riusciremo anche ad attirare l’attenzione di qualche sponsor. Ho già il nome del team: “Racing for Peace”, correre per la pace».
Stretta di mano, pacche sulle spalle, la tuta palestinese e il casco israeliano insieme. Quindi le mani in tasca. Per scoprirle vuote. «Ho studiato in Italia, un anno, alla Sapienza, mi sono laureato a Tel Aviv, ingegneria meccanica. Ora lavoro in un’azienda aeronautica» racconta Aric. «Sul momento temevamo che le famiglie ci osteggiassero, invece hanno entrambe reagito benissimo». Il padre di Aric fa l’autista a Tel Aviv, i genitori di Rashid appartengono a una delle famiglie più antiche di Gerusalemme. Tutti li conoscoscono nella piazza dietro il Muro del Pianto.
Aric è a casa alle prese con l’organizzazione del team, «motore Volkswagen, il telaio l’ho progettato io, durante la tesi di laurea, mi sono consultato con un costruttore inglese, dovevo ridurre il peso e aumentarne la rigidezza. Ce l’ho fatta, il campionato a cui parteciperemo, Formula Vee, si tiene in Inghilterra, poi l’obiettivo è la A1 Gp, la serie per nazioni, il nostro sito, per cortesia, lo scriva, è www.aric.20m.com». Rashid è invece a Gerusalemme, sta partendo per il Bahrein, «venerdì inizio un campionato locale in attesa di andare in Gran Bretagna, con Aric, per la Formula Vee». Per far bingo, a questa joint venture della passione, mancano 40mila euro, quelli per mantenersi Oltre Manica per tutte le quattordici gare. «Io e Rashid abbiamo parlato di politica una volta sola, però è meglio non farlo. Se iniziamo va a finire che non troviamo più il tempo per correre. Quell’unica volta, ricordo, gli dissi: “Sì, è vero, è giusto che vi venga restituita Gaza, è giusto trattare per Gerusalemme”». «La guerra è del governo, della politica, se sapesse quanti sono i miei amici ebrei... - racconta Rashid -. Credo che il nostro messaggio, l’auto da condividere, sia un messaggio molto importante...». Aric va oltre: «Il sogno? Che un giorno ci noti, ci aiuti anche la Ferrari. La Rossa è la mia religione». Detto da Aric, condiviso da Rashid, il concetto, di questi tempi, è a dir poco innovativo. E la tecnologia non c’entra.