Gli eccessi degli ultraliberisti pentiti

È decisamente l’antica teoria del pendolo. Chi negli ultimi quindici anni ha cantato le lodi del mercato tessendo la tela del pensiero unico (globalizzazione, liberalizzazione, privatizzazione) sta oggi facendo una totale inversione di marcia riscoprendo le virtù dell’intervento statale. La nazionalizzazione della banca inglese Northern Rock ed il salvataggio della banca americana Bear Stearns da parte della Federal Reserve attraverso la JP Morgan sono due episodi di un intervento statale nel cuore del capitalismo mondiale, gli Usa e la Gran Bretagna. Di qui secondo alcuni la crisi del neoliberismo e le nuove spinte protezionistiche. Tanto per cambiare, noi abbiamo un’idea leggermente diversa della nuova «vulgata». I lettori sanno che abbiamo sempre predicato il valore dell’economia di mercato ma anche criticato con forza quanti volevano mettere sulle spalle del mercato l’onere esclusivo della crescita economica e della distribuzione del benessere. Per quindici anni fummo derisi, qualche volta vilipesi, spesso snobbati. L’economia di mercato, dicevamo, è la garanzia delle libertà individuali e collettive e come tale è irrinunciabile. Nel mercato, però, vi sono forze che, puntando legittimamente alla massimizzazione del profitto finiscono per essere «in re ipsa» illiberali se non sono contenute da regole precise. Ma c’è di più. Il mercato, o, per meglio dire, le forze che in esso dovessero diventare egemoniche finirebbero per riassumere in sé anche un potere politico, in particolare attraverso quell’intreccio finanza-informazione di cui spesso abbiamo parlato con riferimento alla situazione italiana. Sarebbe sbagliato, però, ritenere il mercato come il nuovo insidioso nemico globale dopo averlo tanto osannato e idolatrato. I suoi eccessi e le sue degenerazioni di questi anni vanno invece combattuti contrastando la finanziarizzazione dell’economia, il vero virus letale del libero mercato, e garantendo una maggiore presenza pubblica nello stesso mercato. In particolare in alcuni settori strategici come ad esempio l’energia. Il tempo, com’è noto, è galantuomo ed oggi ci sta dando ragione. Anzi, fin troppa ragione. Al punto tale che questa ragione ci sembra un po’ «pelosa». E qui veniamo alla nostra idea diversa su quanto sta avvenendo. Non è in crisi il liberismo ma i suoi eccessi sfrenati che in questi anni hanno prodotto danni colossali. Per dirla fuori dai denti chi ieri ha accumulato fortune colossali alimentando la finanziarizzazione dell’economia attraverso l’industria del denaro (vedi i famosi «derivati») oggi tenta di contenerne i danni riscoprendo le virtù dell’intervento statale. Per spiegarci ancora meglio, le urla disperate di chi non poteva più pagare il mutuo di casa hanno trovato scarso ascolto nella patria del liberismo, l’America e la Gran Bretagna. Quando a gridare, invece, sono stati gli gnomi di Wall Street e della City ecco l’immediato intervento statale per salvare i soldi di quegli stessi che avevano prodotto l’instabilità dei mercati finanziari accumulando ingenti fortune. Visto così, allora, il presunto scontro tra liberismo e dirigismo perde tutta la sua nobiltà perché la vera posta in ballo sono le tasche non dei borghesi benestanti e nemmeno dei ricchi, ma di chi, speculando in questi anni, è diventato super ricco o, gestendo i soldi degli altri, ha costruito per sé un impero di potere e di quattrini. Abbassiamo allora i toni, tentiamo di evitare anche con interventi pubblici che l’instabilità dei mercati finanziari procuri altri guai senza scomodare, però, i sacri principi del liberismo e voltiamo davvero pagina. Lo scontro vero, infatti, non è tra liberismo e dirigismo, ma è tra la politica con i suoi doveri e la finanza con i suoi interessi. E sullo sfondo campeggia anche il rapporto tra democrazia politica e nuovi autoritarismi come quelli russi e cinesi la cui più recente arma sembra essere proprio l’economia di mercato con i suoi fondi sovrani. Ma di questo dovremo tornare a parlare.
Geronimo