Eccessi Don Benedetto con la rondine Lou Salomé sotto il tetto

Non da oggi autori in crisi di creatività imbastiscono romanzi con materiale tratto dalla vita dei grandi. Cominciò anni fa una scrittrice italiana pubblicando un libro con in copertina un’immagine del pittore Vermeer e con dentro la vita romanzata di tale pittore. La serie fortunata, non per noi lettori, è continuata e si è ingrossata, scendendo sempre più di livello. E ora siamo allo stracafonal di una passione inventata tra Benedetto Croce e la «birichina» (il cattivo gusto comincia subito) Lou von Salomé.
Ci voleva proprio una fantasia scesa nei bassifondi della sguaiataggine per inventarsi una tale fandonia priva di ogni verosimiglianza. Si finge di trovare un carteggio, si esercita un po’ di virtuosismo con parole ed espressioni tedesche, ma non senza qualche sgrammaticatura d’italiano, si mescola un po’ di tutto, filosofia (niente), psicoanalisi (tanta), personaggi (Freud, Marinetti), luoghi (Vienna, Napoli - Ischia, Capri, Posillipo -, Baden-Baden, Gottinga), si agita il tutto ed ecco il romanzetto bello e scodellato. Con esso si spera di fare scandalo e conseguire quel successo che per altre vie è rimasto negato. È Il filosofo e la birichina di Sergio Lambiase (Marlin, pagg. 104, euro 12).
«Freud mi ha parlato a lungo di Pompei», scriverebbe Lou a Ben (Benedetto Croce). «Torni nella città dei morti, mi ha detto, ma con animo sgombro, abbandonandosi al flusso erotico, oltre che funebre, che da questa città emana. Il Vesuvio è minaccioso come allora? La vita di chi abita in queste adorabili plaghe è tuttora in pericolo? E te, te, piccino mio, ti senti in pericolo?». Ecco Croce ridotto a un pulcino da una Lou che lavora sull’invidia del pene, sulla vagina dentata e sull’erotismo anale alla luce della pulsione di morte. Da parte sua Croce, in procinto di uscire nella notte a Budapest con Bergson e Gentile, ascoltando i pericoli a cui secondo Bergson andavano incontro (fra gli altri le fanciulle di poca virtù «che si alzano la gonna e mostrano il tappetino di peli»), nota che a Gentile brillano gli occhi e dice che lui l’aveva sempre pensato, «che sotto sotto fosse un vecchio porco, così come lo era Nietzsche, o no?». È lo stesso Croce che da Ischia scrive a «Lou carissima e lontana, odorosa come una mela annurca»: «Ieri mi sono masturbato tre volte, mentre ascoltavo il richiamo dei gabbiani». Il che per la sua età sarebbe stato comunque un primato.
Croce, secondo Lambiase, pensa comunque di dedicarsi, per liberare la mente, a queste attività: fare ginnastica sul terrazzo, giocare a rubamazzetto, nuotare nel mare di Posillipo, andare per funghi, «frequentare i bordelli di Napoli (sempre col cappello calato sugli occhi!)». Ci ha messo pure l’esclamativo! Da che cosa può provenire tutto questo, a parte il fine di scandalo perseguito? Alla fine l’autore lo confessa: «Ben che si perde tra le braccia della meravigliosa Lou e che si libera una volta per tutte dell’aura sacrale di cui è fasciato!». Ecco che cos’era, era l’ossessione di un uomo integro su uno non integro. «Con Croce era in atto per me, fin da bambino, un’interminabile partita a carte... giacché la mia famiglia abitava proprio di fronte al Palazzo Filomarino e io ero cresciuto nel mito del grande filosofo». Aveva prima cercato di vedere «Ben» «solo come uno studioso vecchio stile ripiegato in maniera maniacale sulle infinite bozze da correggere, al punto da relegare la vita in un angolo». Ma non gli era bastato. Bisognava insozzare tutto, e solo così raggiungere la pace. Non c’è solo l’invidia del pene, ma anche, evidentemente, l’invidia del carattere.