Ecco come agiscono i borseggiatori nel metrò

Quando la povera Vanessa è arrivata in ospedale era in condizioni gravissime, la punta dell’ombrello non le aveva colpito il bulbo oculare, che avrebbe fatto da cuscinetto, ma le è stata conficcata all’angolo dell’occhio bucandole il cervello, dicono i medici: «un gesto di una ferocia inaudita». Venerdì scorso prima ancora che fosse diffusa la notizia della morte di Vanessa ho chiamato un alto dirigente - niente nomi, tanto smentirebbe - di Met.Ro., la società della metropolitana, che stimo e conosco da molti anni. Volevo chiedergli come potevamo insieme - giornali, tv, responsabili pubblici, amministratori - affrontare il tema della sicurezza in modo efficace e senza alibi. La risposta è stata raggelante: «Perché volete tirarci in mezzo? È un problema di ordine pubblico. Noi siamo responsabili solo della sicurezza del trasporto». Cioè si è trincerato dietro il più ottuso burocratismo. Eppure so che è una persona preparata, sensibile, che viene da una lunga militanza nel “sociale”. Allora ho capito i guasti prodotti in un’intera leva di amministratori dal “buonismo”, che alla realtà sostituisce gli stereotipi ideologici, il razzismo al contrario, e che generalmente si indica come personificato dal sindaco Walter Veltroni. Un “buonismo” che a me pare solo il cinismo del potere.
«Il Giornale» si è chiesto, come abbiamo fatto tutti: com’è possibile morire in questo modo? Purtroppo a Roma è facilissimo. I nostri mezzi pubblici - lo ha documentato un’infinità di volte la nostra cronaca - sono letteralmente infestati da bande di borseggiatori. In febbraio ho girato un servizio per il programma «Tempi moderni» diretto da Giorgio Mulè, in onda su Retequattro. Per due giorni con le telecamere nascoste siamo saliti sugli autobus più affollati di turisti. Su ogni mezzo abbiamo trovato almeno una coppia di borseggiatori all’opera. Li abbiamo ripresi con le mani nelle tasche e nelle borse dei passeggeri. Nessuna delle vittime s’è accorta di nulla. Agiscono nella più totale libertà. Non ho incontrato un solo controllore, un agente in borghese.
Eppure basta una mezz’oretta di allenamento ed è facilissimo individuarli. Basterebbe una telecamera su ogni autobus o carrozza della metropolitana. Da questo corso accelerato comunque ho imparato che dobbiamo sgombrarci la testa da parecchi luoghi comuni. Non è vero che sono dei disperati, che rubano perché hanno fame. Per loro è un lavoro, con orari e regole precise. Di solito operano in coppia e sono disposti a tutto: il più robusto fra i due fa da palo. Adesso ho capito perché... Per loro non siamo esseri umani. Siamo solo delle prede. Ci disprezzano per la facilità con cui ci facciamo, appunto, depredare. Scambiano la nostra tolleranza, o le nostre code di paglia, per debolezza e vigliaccheria. Alcuni lavorano qui da anni. «L’algerino», come lo chiamano, uno dei pochi professionisti della mano lesta che esercitano da soli, l’ho rivisto un mese dopo, naturalmente alla fermata del bus. Il servizio in tv è andato in onda a fine febbraio, ha fatto il picco degli ascolti (segno dell’attenzione sul tema). Non è successo nulla. Poi c’è scappato il morto.
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