Ecco gli allievi cresciuti alla scuola dei maestri Usa

Quasi ignorati per decenni, i nostri giallisti escono dalla «clandestinità» nel Dopoguerra seguendo poi le orme di Hammett, Chandler, Ellroy, che raccontano il mondo crudo, spietato e corrotto delle periferie

Per decenni sono stati come Charles Fiori in Duri a Marsiglia di Gian Carlo Fusco. Duri e clandestini di una letteratura che non li accettava. Mentre Oltreoceano Dashiell Hammett e Raymond Chandler tracciavano un solco con il passato, narrando il mondo bastardo delle periferie, e venivano accolti dall’entusiasmo del pubblico, in Italia gli scrittori «neri» erano costretti a celarsi sotto pseudonimi stranieri nelle collane di genere o a cercarsi altre occupazioni per mantenersi prima che si smettesse di bollarne le opere come romanzi di consumo. Giorgio Scerbanenco campò nelle redazioni dei femminili ventisei anni dal suo esordio con Sei giorni di preavviso (1940). E ce ne vollero altrettanti prima che entrasse di diritto nei grandi del ’900, grazie alla stagione delle riscoperte.
«Prima di De Angelis e di Scerbanenco in effetti il nostro era considerato un genere da perditempo. Noi cominciamo solo oggi a confrontarci su un territorio sul quale gli americani sono molto più avanti. Certo, loro hanno alle spalle Hollywood che li trasforma in sceneggiatori. E sono quindi più interessati alle trame, che alla psiche dei personaggi. La nostra è più un’indagine sociale». Così dice Piero Colaprico che nelle inchieste del maresciallo Pietro Binda racconta una Milano malinconica e feroce. Il suo giallo è una scusa per narrare la vita, i disagi, i drammi della gente comune.
Un punto di riferimento quindi naturale per gran parte degli italiani è il mondo crudo e spietato di L.A. Confidential, l’ambiente suburbano corrotto di James Ellroy che attira Colaprico così come Carlo Lucarelli. Sbandati, gangster e delinquenti come scorie di una società comunque da scoprire e dipingere in una ricerca che avanza pagina dopo pagina. La stessa indagine sociale verso cui tendono i racconti delle periferie dei nuovi come Gianni Biondillo, l’opulenta e vischiosa provincia del più collaudato Nord Est di Massimo Carlotto, la Roma sporca e infingarda di Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo. Indagini che spesso anticipano la realtà, sondando gli umori della cosiddetta gente. Scavano sotto la polvere scovando i minimi particolari. Dettagli cercati con ossessiva minuziosità quando il giallo diventa un thriller storico.
È il caso, ad esempio, di Danila Comastri Montanari e del suo particolarissimo detective, il senatore romano Publio Aurelio Stazio. «È una caratteristica mutuata da quella francese l’attenzione per il territorio. Il giallo italiano prova ora a spingersi verso la spettacolarizzazione di tipo americano, seguendo trame in cui il protagonista è un killer, una spia, un imbroglione. Quella in cui si spinge Alan D. Altieri». A parlare è Andrea Carlo Cappi, direttore della piccola casa editrice Alacran, nata proprio per dare impulso ad un genere noir più ibrido.
Uno che le differenze tra i nostri e gli americani le tocca con mano, essendo il traduttore degli 007 di Raymond Benson e soprattutto di Jeffery Deaver: «Purtroppo - sostiene Cappi - in Italia l’impulso cosiddetto minimalista, quello cioè in cui emerge la provincia e l’investigatore di paese così bene orchestrato da Lucarelli e da Camilleri, ha dato il via ad una serie di emuli assai meno validi, quasi da fiction televisiva. Il successo negli ultimi anni? Arriva, per dirla con Manuel Vázquez Montalbán, perché il giallo-noir europeo è ormai una delle principali forme del romanzo contemporaneo dopo la morte del romanzo borghese tradizionale. Ma da noi troppo a lungo è stato trascurato, mentre in America c’era già chi inventava la struttura narrativa in seconda persona e nel resto d’Europa il substrato sociopolitico dei testi di Hammett faceva scuola».
Ma lo stile non è poi così lontano. In realtà già Giorgio Faletti si è buttato nella direzione di Deaver e di Thomas Harris, alla ricerca della figura preponderante di un serial killer che in Italia conosciamo realisticamente da appena un decennio. Altri temi made in Usa sono ancora territori inesplorati e forse troppo lontani per storia e tradizione locale perché qualcuno ci si avventuri: si veda il patriottismo di Robert Crais o l’incubo terrorismo eversivo di Tom Clancy. «Lentamente - conclude Cappi - ci avvicineremo per gusti e modi di scrivere. Il pubblico lo ha già fatto».
Nel Paese a noi più vicino per tradizioni e cultura, la Francia, due giovani autori in particolar modo spingono verso un riavvicinamento con il noir americano: Maurice Dantec e soprattutto Jean Christophe Grangé, già notato per questo in celluloide per i suoi Fiumi di porpora. Thriller internazionali, densi di quel ritmo tambureggiante che fa la vera differenza tra il genere americano e quello europeo. Un genere, quest’ultimo, che però ha padri più fini nella penna, a partire dal Maigret di Georges Simenon per finire con chi ne ha preso l’eredità dopo averne sezionato a lungo sceneggiature e trame, personaggi e psicologia ai tempi della sua collaborazione con la Rai: l’immaginaria Vigata di Andrea Camilleri, immersa in una Sicilia che parla il metalinguaggio del suo inventore, con i suoi vizi e i suoi pregi, è un ritratto sociale che sfiora la perfezione. Ma Camilleri è arrivato al riconoscimento quattordici anni dopo Il corso delle cose, agli inizi degli anni ’90. Un apprezzamento tardivo simile a quello toccato in sorte a Scerbanenco. Altri ancora, come il giornalista e giallista Antonio Perria, sono tuttora ingiustamente dimenticati.
Duri a Marsiglia, sedici anni prima di L.A. Confidential, affrontava quel tipo di indagine sociale che poi divenne moneta corrente, grazie al successo di Ellroy, fra i giallisti del Vecchio Continente. Quindi era la critica in ritardo, non il buon Fusco. Einaudi l’ha ripubblicato nel 2005. Ora lo scrittore spezzino è un caso.