Ecco «Arrivederci, amore ciao»: delitto senza castigo nel Nord-Est

Post terrorismo e Tangentopoli nel «noir» con Boni, Placido e la Ferrari

Michele Anselmi

da Roma

Ecco un altro che la fa franca. Al cinema spadroneggia l'impunito, e vai a sapere se il delitto senza castigo sia un antidoto a certo buonismo zuccheroso o solo un sussulto casuale di cinismo. Il terzetto, composto dal manager disoccupato di Cacciatore di teste, dal ristoratore schizofrenico di History of violence e dal tennista profittatore di Match point, s'arricchisce dell'ex gruppettaro guevarista raccontato da Arrivederci amore, ciao, nelle sale venerdì prossimo in 180 copie e che viene presentato stamattina alla stampa. Un altro «noir»: parolina magica di questi tempi, non solo per la fortuna editoriale del genere, ma anche per gli agganci sociali, politici e antropologici offerti dalle storie criminali. «Solo nel cinema italiano e nelle fiction tv il buono vince sempre e la giustizia trionfa», polemizza Massimo Carlotto, che porta incisa sulla propria pelle una lunga, già cinematografizzata, vicenda giudiziaria, conclusasi con una grazia presidenziale. Proprio da un tosto romanzo dello scrittore padovano il regista Michele Soavi ha tratto questo «horror sociale» - parole sue - prodotto da Conchita Airoldi con Raicinema e distribuito da Mikado. Identico il titolo, preso da un leggendario verso della canzone Insieme a te non ci sto più. Nell'occasione, Caterina Caselli ha voluto riarrangiare il brano per proporlo sui titoli di coda in una versione più morbida e insinuante. Un attimo prima, nell'ultima scena, vediamo una selva di ombrelli ripresi dall'alto, sotto una pioggia battente. Stanno seppellendo una ragazza, morta, sembrerebbe, per una reazione allergica all'aspirina. Ma noi sappiamo che è stato il suo futuro marito, Giorgio Pellegrini, a sciogliere la sostanza nel cibo. La voce fuoricampo dell'omicida scandisce: «La mia corona era la più grande. Sul nastro avevo fatto scrivere Arrivederci amore, ciao. Non mi era venuto in mente altro».
Girato in una lunare Latina travestita da Treviso e dintorni, questa cupa e feroce discesa agli inferi segna il ritorno al grande schermo di Soavi, nel frattempo specializzatosi in fiction d'azione. L'uomo, allievo di Argento, ama il cinema-cinema: orchestra le sparatorie all'americana, largheggia in soggettive ardite e tocchi visionari, non disdegna il cocktail «sesso & violenza». Insomma, il suo film offre parecchio sul fronte spettacolare, inclusa una rapina notturna con fucili di precisione, ustascia e terroristi baschi; semmai manca il resto, anzi il contesto, cioè l'aria del Nord-Est, della «locomotiva d'Italia», quel mix di laboriosità e perbenismo, di ricchezza e normalità, sia pure lambito dalle pratiche della nuova criminalità organizzata. Magari non interessava, e tuttavia, sebbene cucito addosso a un cast di prima grandezza, dove spiccano il protagonista Alessio Boni, Michele Placido, Isabella Ferrari e Carlo Cecchi, il film ogni tanto stenta a trovare una sua chiave di racconto.
Spiega Soavi, confessando un debito al Polanski di Il coltello nell'acqua. «Prima, ai tempi di DellaMorte DellAmore, parlavo di morti viventi, ora di vivi morenti. Sono partito dall'acqua, un'acqua nera e melmosa, che insegue il mio non eroe e immerge la storia in vapori sulfurei». E ancora: «Tutti sono colpevoli, l'unica verità è la morte. Giorgio Pellegrini può essere riabilitato dalla società borghese, che un tempo rinnegò, soltanto con la sua personale perdizione».
In effetti, è un mondo senza speranza, dove si mischiano echi del terrorismo rosso e affari post Tangentopoli, bollenti locali di lap dance e aspiranti senatori, quello in cui sguazza Giorgio. Una sorta di antieroe dostoevskiano: in cerca di riabilitazione dopo due anni di carcere e una vita allo sbando (scappò dall'Italia e diventò guerrigliero in Sud America), si ritrova a commettere i peggiori misfatti, fino all'ultimo, più ineluttabile, ai danni della ragazza che finge di amare per dimostrare la sua «buona condotta». «Vero, c'è qualcosa di Raskolnikov in lui», concede Alessio Boni, già fratello «perduto» di La meglio gioventù. «Come il personaggio di Dostoevskij, Giorgio vive una dicotomia spaventosa, con la differenza che il russo si punisce, cerca davvero la redenzione e per questo accetta sette anni di lavori forzati, mentre lui non ce la fa. Invece della libertà dalla colpa trova la morte interiore». Ruolo complesso, giocato sul filo del rasoio: «Bastava poco per scadere nel trash di genere o nel patetismo assolutorio. Giorgio ha carisma, possiede un suo savoir faire. Non è solo un uomo schizzato. Lo vedo spiazzato dagli eventi, è un mix di furbizia e bambineria, forse un adolescente mai cresciuto».
Certo un film politicamente scorretto. Non fosse altro perché il più sanguinario e corrotto della compagnia è un vicequestore della Digos, tal Anedda, al quale Michele Placido, baffoni alla Charles Bronson e capelli nero pece, conferisce un'immagine demoniaca, a un passo dal grottesco. Ha dichiarato al Corriere: «Ho voluto vendicare gli eroismi leggendari della Piovra e fare un anti Padre Pio. Meglio una caratterizzazione curiosa che un triste ruolo da protagonista». Giusto.