Ecco la bella Italia dell'emigrato Pepito Rossi, l'uomo al contrario

Americano di nascita, spagnolo per mentalità, azzurro per scelta: è in grado di dare quella qualità che ci si aspetta da Cassano

È l’ossessione di Sacchi, la battaglia da vincere contro la nutrita tribù col paraocchi che continua a fare spallucce e opinione in tv. La tesi dell’Arrigo è giusta e risaputa: la nazionale italiana gioca male e vince sempre meno perché non sa gestire il pallone. Tutto qua. Colpa delle nostre scuole calcio che coccolano i lottatori dal lancio lungo e se ne fregano della fase tecnica, del possesso palla, del bel gesto. E puntuale ogni tabellino finale conferma il meschino andazzo: il pallone gli azzurri lo lasciamo volentieri agli avversari - almeno per il 60 per cento del tempo di gioco - perché non sono capaci a tenerlo. Punto.

Ma ieri contro la Germania dei giovani emergenti qualcosa si è mosso. Proprio la partita dell’oriundo Thiago Motta e del mancato salto di qualità alla brasiliana. Un mezzo flop al quale ha rimediato un emigrante di lusso, quel piccoletto di Giuseppe Rossi che in Spagna con la sua maglietta gialla ha imparato a trattare la palla, a dribblare, a far salire la squadra, a creare superiorità, a non sbagliare un appoggio. Insomma, il sogno di ogni allenatore. E grazie a Giuseppe ancora una volta siamo riusciti a non farci battere dai tedeschi, sono 16 anni che non ci riescono e gli girano da matti.

Nel Villarreal Rossi, contratto rinnovato fino al 2016, è considerato un campione. Recentemente l’autorevole quotidiano spagnolo Marca, edizione on line, lo ha messo tra i migliori trenta attaccanti al mondo. Noi che ancora stiamo aspettando il Gila, ipotizziamo il gran ritorno del pupone e confidiamo sempre in un Iaquinta ristabilito. Per non parlare di Balotelli. Macché, in rampa di lancio nazionale c’è un altro Rossi che può aprire la strada alla qualità perduta, quella che noi italiani chiediamo da una vita ad Antonio Cassano e che lui ci regala solo contro squadrette di poco conto, esaltandosi per il nulla e perdendosi regolarmente quando la posta si fa alta. Già 12 gol nella Liga per l’agile punta del Villarreal, l’azzurro americano trattato da schiappa da Lippi e da Ferguson. Rossi, rivelazione alla Confederations Cup di due anni fa, ma poi tagliato dell’ultim’ora al Sestriere appena prima di partire per il Mondiale in Sudafrica ora si sente rinato, un talento da sfruttare.

Dal suo blog fa sapere di non pretendere un posto da titolare anche se lo meriterebbe. Gli piace fare la parte dell’italiano che ce l’ha fatta sudandosela e risponde ai tanti emigranti orgogliosi. «Grazie per il gol, mi hai fatto sentire importante in mezzo a questi portoghesi e spagnoli, saluti da Caracas», gli scrivono e lui ringrazia citando Kanye West che con la sua musica gli ha regalato «la giusta concentrazione». Grande e non se la tira. La dedica per il gol è tutta per il papà scomparso l’anno scorso. Rossi giocatore spavaldo, spagnolo per mentalità pensava alla vittoria mentre inseguiva tedeschi per tutto il campo, incitando al pressing prima di toccarsi la coscia per un leggero stiramento. «Mannaggia, il pareggio in casa della Germania ci può stare, ma potevamo vincere, nel secondo tempo abbiamo avuto tante occasioni». Con Borriello l’intesa è stata buona, anche se non parlano la stessa lingua calcistica e lui non lo nasconde di certo. «Marco gioca bene, è uno che lotta sempre e si muove continuamente...».

Ora che Lippi se n’è andato per sempre Rossi si propone per un posto da titolare in Slovenia. «Cerco di dare sempre il meglio in nazionale, il mio sogno è di giocare e vincere agli Europei del prossimo anno, ci spero tanto». Rossi e la gioia di calcio danzato, non proprio il tika taka spagnolo che irride, snerva e (generalmente) ti fa vincere le partite. Questo sarebbe pretendere troppo dagli azzurri. Ma questo pareggio contro gente di talento come Özil e Müller basta per far tornare l’entusiasmo per gli azzurri. Cesare Prandelli sorride. «Stamattina sono andato a fare colazione vicino casa, la gente aveva ritrovato l’entusiasmo per l’azzurro. Anche chi di calcio non mastica tantissimo, ha ritrovato voglia e orgoglio per questa Italia. Era questo il nostro obiettivo. Il secondo è proporre un bel calcio. Si capisce che stiamo costruendo qualcosa, che c’è un progetto».

«Quando mi sono insediato - ha aggiunto Prandelli, all’indomani del pari in amichevole in casa della Germania - c’era una depressione generale: tutti parlavano di programma di quattro anni, ma io da subito pensavo all’Europeo. Ecco, ora si capisce che stiamo costruendo qualcosa, che c’è un progetto tecnico, organizzativo e anche di immagine». Soprattutto di immagine. È stata dura ma l’Arrigo sta forse vincendo la sua battaglia.