Ecco come capire il regno di Ovalia

«I giocatori hanno i numeri sulla maglia perché non sempre si possono identificare dai denti». Basterebbe questa riga a raccontare tutto e a far capire a tutti di cosa si sta parlando. Quale sport può usare una battutaccia così, cinica e spaccona, una battuta dove c’è dentro di tutto: il gusto di soffrire, di farsi male e soprattutto di riderci sopra.
Ora che il rugby è entrato di diritto tra gli sport mediatici, sugli scaffali delle librerie sono sbarcate piccole folle di libri sulla palla ovale, pieni di foto patinate, di giocatori bellissimi, di mischie coreografiche, come se fosse uno spot di Ridley Scott.
Ma se un marziano sbarcato sulla Terra volesse capire cosa è davvero questa faccenda delle mete e dei placcaggi, gli basterebbero le pagine di «Ovalia», dizionario erotico del rugby di Marco Pastonesi, giornalista e rugbista. Un dizionario per capire il rugby dalla A alla V (sì, la zeta non c’è, magari nella seconda edizione potrebbe essere occupata degnamente dallo Zambo Bar, la baracca in mattoni e lamiera dove anni fa una squadra milanese faceva colazione prima delle partite masticando aglio sott’olio).
Perché un dizionario di rugby possa definirsi «erotico» è un mistero che si scioglie in fretta: tra rugby e sesso, dice Pastonesi, c’è una dimensione comune «nei preliminari, nella tensione, nell’incertezza, nella soddisfazione». Di storie e immagini di sesso sono abitati da sempre i pullman delle trasferte, le sbornie del terzo tempo e soprattutto quel genere letterario tutto particolare che sono le canzoni di vittoria dei rugbisti, versione moderna della chanson de geste. Canzoni - esplicite - che in un libro perbene non ci possono stare, mentre «Ovalia» è un libro a suo modo lieve, non pedante e straordinariamente divertente. Non è, però, solo un dizionario di aneddoti ovali. Ci sono le regole spiegate una per una, ci sono le storie importanti, raccontate come si deve, ci sono le doverose riflessioni sul senso di tutto questo; ci sono persino storie drammatiche come quelle dei London Scottish, che partirono in sessanta per la Grande Guerra per tornare in quindici (giusto il numero per scendere in campo...).
E ci sono le frasi, le massime del rugby, miniera inesauribile di storie grandi raccolte per il mondo. Storie che coinvolgono anche noi, l’Italia e i nostri azzurri. Per dimostrare che dal grande rugby abbiamo imparato molto ma abbiamo ancora da imparare: a non prenderci troppo sul serio.