Ecco la casta che non sbaglia mai. Promossi pure i giudici di Tortora

Mille inchieste da buttare, da quella sul presentatore al caso Giannone. Errori per cui nessuno ha pagato

Milano - Un balbettio quando dovrebbe fare la voce grossa, durissima quando dovrebbe procedere con grande cautela. La giustizia italiana è anche questo. Incarcerazioni da catalogare alla voce errore, scarcerazioni frettolose e dense di guai. Una storia degli sbagli della magistratura non è mai stata scritta, ma certe vicende sono rimaste impresse nella coscienza popolare. Il 7 aprile 1979 è addirittura una data entrata nell’immaginario collettivo: l’inchiesta padovana del Pm Pietro Calogero esplode con una raffica di arresti. Finisce dentro il gotha di Autonomia operaia: Toni Negri, Emilio Vesce, Pino Nicotri, Luciano Ferrari Bravo, Oreste Scalzone. Gli autonomi, non tutti ovviamente, hanno contribuito a rendere incandescente il clima di quegli anni difficili, ma il capo d’imputazione che li porta in cella è lunare: li si accusa di essere contemporaneamente la direzione strategica di Autonomia, delle Brigate rosse, e già che ci sono anche di Prima linea. Sulle loro spalle già sovraccariche, viene appoggiato tutto il fardello del delitto Moro e della sua scorta; perfino, particolare quasi comico, il mancato pagamento del bollo della Renault in cui è stato lasciato il corpo dello statista. Il teorema Calogero fa acqua da tutte le parti anche se fa comodo, terribilmente comodo, al Pci. Ma per smontare la teoria della Spectre terroristica ci vogliono mesi e mesi: Nicotri, completamente scagionato da tutte le accuse, resta in carcere tre mesi, Vesce addirittura 5 anni, 5 mesi e 5 giorni. Una carcerazione preventiva lunghissima, anticipazione di una pena che non arriverà mai. Alcuni degli arrestati verranno poi condannati, in una coda romana del procedimento, per reati meno gravi che nulla hanno a che fare con il castello accusatorio originario. Particolare interessante: oggi Pietro Calogero è Procuratore della repubblica, peraltro stimato, proprio a Padova.

Hanno fatto la loro ottima carriera anche i Pm del caso Tortora, storia di una vergogna da manuale. Enzo Tortora, popolarissimo presentatore televisivo, viene arrestato il 17 giugno 1983 su input della Procura di Napoli che lo ritiene un camorrista. Nell’agendina, trovata a casa di un delinquente, sono segnati a penna un nome e un numero di telefono. Per chi indaga portano a Tortora: «Sarebbe bastata una verifica di cinque minuti, per scoprire che Tortora non c’entrava nulla. Il numero, peraltro con un prefisso campano e non milanese, era quello di un rappresentate di bibite, Enzo Tortona o Tortosa, non ricordo bene», racconta oggi l’avvocato Raffaele Della Valle. Niente da fare: il presentatore resta in cella 7 mesi, intanto un miniesercito di pentiti, come spesso capita in storie del genere, gonfia le accuse. Il presentatore resta in cella 7 mesi, poi nell ’85 viene condannato a 10 anni. L’anno dopo la svolta: la corte d’assise d’appello lo assolve con formula piena, la Cassazione conferma. Lui, ormai provato e vicino alla morte, torna in tv con poche, struggenti parole: «Sono qui, e lo sono anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono e sono molti e sono troppi». Un referendum, sull’onda dell’indignazione popolare, introduce in Italia la responsabilità civile dei magistrati: chi sbaglia paga. Ma l’istituto di fatto resta inapplicato. I due Pm vanno avanti per lo strada, lastricata di incarichi importanti: Lucio Di Pietro, solo omonimo del Tonino nazionale, è oggi viceprocuratore nazionale antimafia; Felice Di Persia è un pensionato, ma fino al 2005 ha avuto un incarico delicatissimo: Procuratore aggiunto a Napoli con delega all’antimafia. Nel suo curriculum anche un passaggio, prestigioso, al Consiglio superiore della magistratura.

Approda al Csm prima di entrare in Cassazione, dov’è oggi, anche Margherita Cassano, il Pm della Procura antimafia di Firenze che il 6 giugno 1992 firma l’operazione Mike e spedisce dritto in cella (naturalmente dopo aver convinto il gip), Roberto Giannoni, direttore della filiale di un istituto di credito toscano. Lo sventurato, sospettato di essere vicino ai clan, viene catapultato al 41 bis in quel di Sollicciano, e torna libero dopo un anno esatto, il 7 giugno ’93. Intanto perde il lavoro e la fidanzata, il padre muore di crepacuore: il carcere attira uno sciame di disgrazie. Dopo l’assoluzione, Giannoni può solo scrivere un resoconto del dramma: Hotel Sollicciano. Come mai le prove dell’innocenza sono saltate fuori così tardi? E perché, invece, tante esitazioni quando lo spessore criminale del colpevole, presunto o conclamato, meriterebbe ben altro rigore? Una sconcertante storia recente: quella di Angelo Izzo, il famigerato mostro del Circeo. Nel 2005 il suo nome esce dal baule della cronaca nera: Izzo uccide due donne in Molise. Com’è stato possibile? Il tribunale di sorveglianza di Palermo gli ha dato la semilibertà, il cerino finisce nelle mani dei giudici molisani. Che lo rispediscono in Sicilia. E spiegano che loro la semilibertà non l’avrebbero mai concessa. Leggittimo, per carità, avere opinioni diverse, ma altrettanto legittimo porre la più elementare delle domande: se c’è stato un errore, qualcuno questa volta pagherà?