Ecco cento buoni motivi per il Giro dei 100 anni

Un secolo dopo si ripete la solita magia: un intero Paese per le strade e davanti alla televisione. Non solo Basso e Armstrong, Di Luca e Pozzato: nonne e nipoti, barbieri e preti rapiti da un rito inevitabile. Una corsa al contrario: <strong><a href="/a.pic1?ID=349506">subito le Dolomiti, si arriva a Roma
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Milano - Passa il Giro, cent'anni dopo. Passa il Giro e ci sono almeno cento motivi per andarselo a vedere. Passa il Giro e ancora oggi si porta dietro, come scriveva Montanelli, «uno strano potere: quello di trasformare in domenica ogni giorno della settimana». Passa il Giro e come scriveva Buzzati «centomila ricordi di cose grandi ritornano anche a chi ha fatto solo le scuole elementari». Passa il Giro e come per miracolo le strade vengono riasfaltate nel giro di poche ore, perché non c'è petizione popolare, raccolta di firme, mozione della minoranza che riesca a rimettere in sesto tanto bene e tanto in fretta le carreggiate dell'Italia dissestata. Passa il Giro e chiudono le scuole, riversando ai cancelli le maestrine con le loro scolaresche in grembiule, là nei villaggi dove il grembiule è sempre sopravvissuto, anche senza le guerre di religione pro e contro la Gelmini.

Passa il Giro e ricompaiono agli incroci i carabinieri in divisa invernale, a trentacinque gradi sotto il sole, con i baffi e la panza d'ordinanza, perché i regolamenti non guardano al termometro ma solo al calendario, stabilendo che la camiciola estiva può comparire soltanto in giugno. Anche se piove. Passa il Giro e si bloccano incroci, tangenziali, rotatorie. Lunghe code si formano attorno, caricando di rabbia un'umanità furente, «porco giuda, sa per caso a che ora passano?». Ma non appena arriva la carovana, quasi per mistero, come per miracolo, anche i camionisti dagli istinti più assassini si scoprono a buttare l'occhio e persino a sorridere, memori di colori e atmosfere che da piccoli gustavano come un capodanno di festa, quando la fretta e il fatturato non toglievano il gusto delle cose, almeno una volta all'anno.

Passa il Giro per borghi e contrade dell'Italia più antica e più vera, ma anche per villaggi vacanze e riviere mondane, tra pietre gloriose e finti palmeti, tra ecomostri e riserve naturali, tra cementi indecenti e vallate incantate, in un unico e magnifico depliant che più di qualunque rapporto annuale esprime lo stato di salute, o di malattia, dell'inimitabile Paese del sole. Passa il Giro e i parroci suonano le campane, i sindaci espongono le bandiere, gli assessori sfilano come pavoni, la Pro Loco sforna prodotti di editoria locale che valgono più di tante ricerche universitarie. Passa il Giro e il popolo va a bivaccare sul ciglio della strada.

Le coppiette s'infrattano nei cespugli più defilati, le signorotte sonnecchiano sul divanetto della Clio smontato dal genero, i ragazzini si rincorrono scatenando le urla ansiose delle mamme, atterrite all'idea che per un cappellino o una borraccia possa succedere l'irreparabile. Sì, in giro c'è ancora un'Italia che suda e si sbraccia per un cappellino. Passa il Giro e gli illuminati osservatori raccontano che tutto quel pubblico (l'anno scorso sei milioni in totale) sta lì solo perché non si paga, come se starsene per ore sotto il sole torrido della Calabria o sotto la grandine della primavera dolomitica non costasse più dei dieci euro di un qualunque biglietto. Valli a capire, gli osservatori. Passa il Giro e quest'anno ci riporta due vecchie conoscenze: Basso, che esce dal tunnel dell'Operacion Puerto, e Armstrong, che esce dal tunnel della pensione.

Torna il gusto della grande rivalità, questa volta però più vero e più attendibile, perché davvero è impensabile che Basso e Armstrong abbiano ancora voglia di sospetti, inchieste e umiliazioni. Se ne hanno ancora voglia, hanno bisogno di uno psichiatra. Passa il Giro e ci porta un sacco di campioni imbestialiti, da Cunego a Menchov, da Sastre a Di Luca, tutta gente che non ne può più di sentir parlare soltanto dei Basso e degli Armstrong, prontissima anzi a metterli in mezzo, perché non c'è niente che dia gusto agli uomini quanto gli imperatori nella polvere. Passa il Giro e sicuramente nel gruppo c'è qualche cretino che ancora non ha capito, che ancora si crede più furbo, che ancora ci prova con la siringa in vena. A questi cretini, l'augurio già rivolto a Riccò, Piepoli, Sella e Rebellin: un radioso futuro nella pastorizia. Passa il Giro e chi non può scendere in strada comunque s'attrezza.

Le mamme e le zie si piazzano davanti all'asse da stiro e mentre spruzzano l’appretto decidono se sia più bello Di Luca o Pozzato, chiarendo comunque come entrambi perdano qualcosa continuando a farsi la ceretta. I ragazzi posano il vocabolario di greco e il manuale di geometria, aggrappandosi all'idea che comunque non sarà quell'ora di corsa a pregiudicare la maturità, perché poi «c'è ancora tutto il tempo». Nei bar e dai parrucchieri, negli uffici e negli ospedali, c'è sempre qualcuno che a metà pomeriggio ordina «accendi sul Giro», benché non sappia chi lo corra, dove si trovi e men che meno chi lo vinca. Però non c'è problema: a rendere il tutto ancora più incomprensibile ci penserà anche stavolta il vecchio DinosAuro Bulbarelli... Sì, il giorno è arrivato: passa il Giro, cent'anni dopo. Passa il Giro, nonostante tutto. Passa il Giro, non passa la magìa del Giro.