Ecco chi ci guadagna dall'affare Telecom

Prendete un vostro amico facoltoso, ma un po' frescone. Portatelo ad un concessionario della Porsche. Fategli vedere il modello che a voi piace: colore, optional, e tipo di impianto radio. Non lesinate su nulla, e non contrattate sul prezzo. Ditegli che non potrà mai guidarla. E poi fategli prendere il libretto di assegni per staccare un check con molti zeri. Uscite con la Carrera comprata con i soldi del vostro amico, fate accomodare la vostra fidanzata nel posto accanto, e l'amico piazzatelo nelle due poltroncine dietro con le gambe un po' rattrappite. Difficile immaginare una situazione più improbabile.

Eppure la finanza italiana ha provato che compratori di Porsche a totale beneficio di altri esistono. Eccome. Senza scomodare Milton Friedman, verrebbe comodo dire che il nostro capitalismo è pieno zeppo di pasti a sbafo. La vicenda Telecom fa al caso nostro. Gli spagnoli di Telefonica hanno preso il loro libretto di assegni e hanno staccato un check da 2,3 miliardi di euro per comprarsi il 42,3% di una finanziaria, Telco, che al suo interno ha un quarto del capitale Telecom. Gli italiani hanno più o meno messo 900 milioni di euro, invece, per essere maggioranza assoluta di Telco. In più gli italiani hanno detto ai cuginetti: «Ueh, il porschino lo guidiamo noi». Neanche il Ranzani da Cantù sarebbe così esplicito: agli spagnoli solo due consiglieri su 19; presidente e amministratore delegato di Telecom di nomina italiana. E non è finita. Gli avvocati si sono inventati due azioni di tipo diverso: quelle piene di diritti verranno acquistate dagli italiani con una valorizzazione di circa 2,6 euro. E quelle di serie B (senza prelazione e con scarso potere in termini di decisioni di vertice) vengono comprate dagli spagnoli, ma a tre euro. Ricapitoliamo: gli spagnoli comprano una fetta di Telecom pagandola un prezzo unitario superiore agli italiani, ma per contare di meno.

Ma non è ancora finita: gli spagnoli non pensassero mica di fare i conquistadores a via Negri. In fondo hanno comprato il 42,3 per cento di una finanziaria (Telco) che ha il 23,6 per cento di Telecom, mica si sono portati a casa tutto. E dunque Telecom è esplicitamente libera di poter fare accordi industriali in giro per il mondo anche con operatori che non siamo Telefonica. Difficile però accreditare la tesi secondo la quale Cesar Alierta, il numero uno di Telefonica, sia un incapace di intendere e di volere: è un signore che si occupa di 200 milioni di clienti in giro per il mondo e su un fatturato da 51 miliardi tira fuori un margine lordo di 21. Insomma i suoi calcoli fino ad oggi ha dimostrato di saperli fare bene.

C'è qualcosa che non ci stanno raccontando. I termini dell'accordo, fino a prova contraria sono come ve li abbiamo appena descritti. Ma c'è una variabile politica che potrebbe rimettere le cose al posto giusto e spiegarci così l'arcano spagnolo. Intanto una considerazione di merito. L'esecutivo, molto interessato alle sorti di Telecom, sponsorizzando l'operazione così come si è conclusa ha «comprato tempo». Anche quel frescone dell'amico del porschista capirebbe che Telecom Italia non può avere un assetto azionario stabile imperniato su Telefonica paralizzata con le due braccia legate dietro alla schiena ed una pattuglia di banche che va d'accordo su poco. La soluzione trovata è temporanea. Intanto ci si è liberati di Marco Tronchetti: un proprietario per la verità piuttosto scomodo per la politica perché si era messo in testa di vendere la Telecom a chi gli piaceva e paresse. Si può così riportare a Roma il pallino del controllo di Telecom. È questa la golden share degli spagnoli. Alierta, molto introdotto con il leader spagnolo Zapatero, sa bene che Prodi proprio in Spagna ha ottenuto per l'Enel la possibilità di fare un grande acquisto che si chiama Endesa. Grazie all'aiuto di Zapatero, l'Enel ha conquistato Endesa fino a quel momento destinata ai tedeschi di Eon. Siano pure di serie B le azioni degli spagnoli, al momento opportuno daranno i loro frutti: come minimo una posizione speciale in Brasile dove Telefonica e Telecom si contendono il primato nei cellulari.

A ciò si aggiungano i signori Benetton che grazie alla loro permanenza nella trappola Telecom hanno permesso al fronte italiano di avere la maggioranza e di avere uno straccio di socio italiano che non sia una banca. E anche in questo caso c'è qualche strada che porta a Madrid: quella della fusione della società Autostrade, controllata dai Benetton, con gli spagnoli di Abertis fatta fallire proprio dal governo Prodi. Insomma su ben altre basi si può oggi riprendere il dossier. Prodi non aveva la palla di vetro, poche settimane fa, quando in un'intervista sosteneva che c'era la possibilità di un socio europeo per Telecom. E Alierta non è un frescone che paga di più per contare di meno. Entrambi sanno che il film girato fino a ieri è una farsa. I giochi veri partono ora. E in questo gioco di relazioni incrociate quel che conta non sono i quattrini del mercato ma gli «amici di».

Il presidente delle Generali, dall'alto della sua storia di grandi poteri, si è permesso nei giorni scorsi di codificare questo principio, dicendo: Generali (contro gli interessi immediati dei suoi azionisti, diciamo noi) farà la sua parte nel mantenere l'italianità di Telecom (soddisfare le volontà del governo, diciamo noi), e si aspetta (dal governo, se no da chi?) che altrettanto venga fatto se la sua indipendenza venisse messa in discussione (una scalata da parte di uno straniero?). Bernheim sa bene da consumato politico e da abile assicuratore che la sua partecipazione in Telecom è il giusto premio per una polizza stipulata con il governo Prodi. Bel mercato.