Ecco chi ha coperto di silenzio tutta la mia opera letteraria

Lo scrittore friulano carlo Sgorlon rivela: giornali come <em>Repubblica</em>, <em>L'Espresso</em> e <em>il manifesto</em> e autori miei contemporanei come Magris o Zanzotto non mi hanno mai citato

Non avrei mai immaginato che un mio libro, molto diverso dagli altri, perché autobiografico, come La penna d'oro (Mortangi editore) dovesse creare un piccolo caso letterario, di cui si sarebbe occupata la maggiore stampa italiana. La penna d'oro è un libro nato quasi per caso, un po’ per gli studenti, un po’ per i giornalisti, un po’ per i critici. Infatti fornisce notizie biografiche, parla della mia formazione e della mia poetica e degli scrittori che sento come maestri. Accenna alle occasioni che diedero origine ai miei romanzi più noti. Allude a un certo mio spiritualismo, sostenuto anche da ragioni scientifiche, e in particolare dalla fisica atomica e subatomica; al mio sentimento di sacralità nei confronti della Vita e anzi dell’Essere universo, e quindi della mia metafisica. Questo libro invece è nato forse un po’ anche per il gusto che hanno spesso gli autori della mia età di scrivere «le confessioni di un ottuagenario». Racconta succintamente alcuni episodi della mia cinquantennale carriera di scrittore solitario, appartato, provinciale, conservatore, dotato di un’etica profonda.
Io amo, più che scrivere libri che fanno rumore, raccontare storie nel cui fondo si disegnano motivazioni metafisiche, sacrali, epiche, ecologiste, scientifiche, poetiche, umane, e così via. Non amo i conformismi di nessun tipo. Perciò non ho scritto libri gialli (l’unico giallo che m’interessa veramente è quello che riguarda l’esistenza dell’Universo e della Vita, dei quali non sappiamo come e perché esistono), né libri di denuncia, né trasgressivi, né fantascientifici, o simili, né scandalistici, né ossessionati dal male e dalla deformazione. Non mi interessano personaggi assatanati dalla ricerca del successo, dei soldi, del sesso, e meno che mai quello perverso; né libri che auspicano rivoluzioni di qualche tipo, politiche, etiche o economiche.
Durante decenni di attività letteraria mi sono meravigliato un po’, e anche rattristato, che proprio quelli, che io ritenevo essere i miei pregi maggiori, umani e letterari, contribuissero invece a crearmi attorno un alone di solitudine e di silenzio. È evidente che si tratta anche di conseguenze del mio carattere e di situazioni biografiche. Ma ha contribuito grandemente pure il fatto che la cultura italiana è egemonizzata, in modi piuttosto evidenti da intellettuali legati a ideologie progressiste. Perciò essa sente la mia estraneità allo storicismo e umanesimo socialisteggianti, il mio anticonformismo, la mia vena sacrale, la mia tendenza alla metafisica, l’avversione a ogni atteggiamento partigiano, alle avanguardie, alle sedicenti rivoluzioni come difetti. Il mio umanesimo è di tipo vagamente tolstoiano. Sento simpatia e solidarietà per tutti gli uomini, perché sono nati, sono destinati a soffrire molti mali e a morire. Hanno cioè un destino simile al mio, nei momenti essenziali. Non provo mai sentimenti come odio, invidia, superbia, intolleranza nei confronti di nessuno, neanche di coloro che mi sono avversi. Non amo le polemiche, le discussioni, le guerre eterne di ogni tipo, che sembrano oggi caratterizzare tutti i rapporti umani in ogni angolo del mondo. Le mie pagine non sono mai avvelenate, come sembra dal titolo di un corsivo di Giorgio De Rienzo sul Corriere del 3 gennaio. Ma tutto questo non mi ha certo procurato qualche vantaggio. Giornali o settimanali come Repubblica, L’espresso, il manifesto, e altri di simile area culturale, non mi hanno mai o quasi mai nominato. Molti intellettuali di estrema sinistra ritengono che non esista una cultura alternativa alla loro. Se ne scorgono i sintomi, ritengono che sia una cultura da sciamani. La televisione di Stato mi ha nominato alcune volte solo in occasione del mio successo in grandi premi letterari. L’ultima volta, nel 1985, in occasione dello Strega. Poi qualche anno fa, il giorno in cui le Brigate rosse assassinarono il professor D’Antona, per dire che nella lista dei personaggi da eliminare c’ero anch’io.
Alcuni manuali di letteratura moderna, come quello del professor Giulio Ferroni, non prendono atto della mia esistenza, pur avendo ottenuto moltissimi riconoscimenti letterari, milioni di lettori, e scritto una quarantina di volumi. Mi sembra giusto ricordare anche il fatto che molti scrittori friulani, giuliani e veneti non hanno, che io sappia, mai citato neppure il mio nome, pur avendo io scritto anche più volte su di loro, perché loro estimatore, ed amico. Tra costoro ci sono Tomizza, Magris, Rigoni Stern, Parise, Camon, Zanzotto. Per ragioni etiche non voglio fare i nomi di coloro che con me si sono comportati da villani o da Giuda.
Voglio invece ricordare almeno qualcuno degli scrittori e dei critici che mi hanno sempre aiutato, come Dario Fertilio, Giuseppe Conte, Claudio Marabini, Giuseppe Amoroso, Enrico Falqui, Giorgio Barberi Squarotti, Carlo Bo, Leone Piccioni, Walter Mauro, Geno Pampaloni, Michele Abbate, Giovanni Lugaresi, Antonio De Lorenzi, Mario Turello, Claudio Toscani, Gino Nogara, Bruno Maier, Carmelo Aliberti, Roberto Damiani, Alessandro Mezzena Lona. Di altri in questo momento di forte emotività non ricordo il nome. A tutti costoro sono particolarmente grato perché, parlando di me, non hanno certo ricavato qualche vantaggio per se stessi.