Ecco chi sono i "rottamatori" della sinistra: gli epuratori del vecchio Partito comunista

Il presidente Napolitano e il direttore del <em>Riformista,</em> Emanuele Macaluso, sono
amici da sempre. E giocano in tandem: uno bacchetta Bersani & Co,
l’altro caccia gli sgraditi dal giornale

Roma Se fosse un film hollywoodiano, potrebbe essere un remake dei «Ragazzi irresistibili», i Sunshine Boys della commedia di Neil Simon resi indimenticabili dall’interpretazione di Walter Matthau e George Burns.
Ecco, i «ragazzi irresistibili» della politica italiana, Giorgio Napolitano e Emanuele Macaluso, a differenza dei due ex grandi vecchi del vaudeville protagonisti della pièce, ormai in pensione ma rilanciati in carriera dalla tv, non passano il tempo a litigare e farsi i dispetti, anzi: sono legati da antica e salda amicizia, personale e politica. E certo fanno mestieri assai più seri e impegnativi. Ma sprizzano la stessa energia e lucida vitalità (con qualche sprazzo di irresistibile perfidia) che ha reso memorabili i due vecchietti del film.

Napolitano e Macaluso, 86 anni l’uno, 87 l’altro, sono - come sospira rigorosamente anonimo un dirigente del Pd - «i veri rottamatori» dell’attuale, scombiccherato e malcerto centrosinistra. Loro, altro che il giovin sindaco Matteo Renzi (che non a caso, come si è plasticamente visto giovedì a Firenze, ha ben compreso che mettersi sotto l’ala di Napolitano conta più di qualsiasi cordata o corrente interna al Pd).

Chiedetelo al povero Pier Luigi Bersani, che soffre (e senza alcuna possibilità di lamentarsene pubblicamente, a differenza del più disinibito Berlusconi) la severa tutela che il presidente esercita a destra - oscurando il non smagliante ruolo dell’opposizione - e pure a manca. Bacchettando le mosse della sinistra in privato (lavate di capo su tentazioni aventiniane; rincorse giustizialiste; eccessive sudditanze psicologiche al post-azionismo di Repubblica; sui tentennamenti che hanno preceduto il voto sul federalismo fiscale) e ammonendola in pubblico, come quando ha evocato Antonio Giolitti per ricordare alla sinistra che, se vuole tornare al governo, deve diventare «un’alternativa credibile, affidabile, praticabile».

Tre aggettivi come tre staffilate sul groppone dell’attuale opposizione.
I dietrologi hanno ricamato assai sull’arrivo di Macaluso sulla tolda di comando del Riformista, proprio nel momento di massima popolarità del suo antico sodale nell’ala migliorista del Pci. «Noi dietro non abbiamo nessuno», ha tenuto a dire subito il neo-direttore alla redazione. Ma quando l’altro giorno, sulla prima pagina del giornale, è apparso l’intervento di un altro grande vecchio, l’ex socialista Rino Formica, i dietrologi son tornati a brindare. Già, perché Formica propone una soluzione semplice: «prevedere sin da oggi la rielezione di Napolitano» tra due anni, per aprire una stagione di «pacificazione istituzionale». Macaluso pubblica, premette che si tratta di un «avviso speciale ai naviganti», poi formalmente boccia: anche solo «accennare» a una tale «impossibile possibilità» rischia di causare uno «tsunami». Niente da fare? Ieri è stato il direttore di Europa (quotidiano Pd) Stefano Menichini a rilanciare: «Un’ampia maggioranza virtuale per Napolitano già c’è, in Parlamento e nel paese. Davvero Berlusconi vuole sfidarla?».

Che il Riformista di Macaluso (che intanto ha già «rottamato» firme di grande prestigio, ma non in sintonia, come quella di Peppino Caldarola e Alessandro Campi, e dato un sia pur affettuoso addio al giovane e brillante ex direttore Stefano Cappellini) voglia diventare l’house organ del Settennato bis?, si chiedono in molti nei corridoi della politica romana.

«Non confondiamo i piani», taglia severamente corto Enrico Morando, dirigente Pd veltronian-riformista, assai in sintonia col capo dello Stato. «Napolitano e Macaluso fanno due mestieri ben diversi». E attribuire al presidente qualsiasi ruolo di «supplenza» dell’opposizione o di «argine» al berlusconismo è «un enorme errore». Come tentare di «coinvolgerlo nella crisi del Pd», o assegnargli leadership vicarie.

Se Napolitano ha «una popolarità immensa, e l’80% dei cittadini vede in lui un riferimento, significa che piace ben oltre il bacino elettorale del Pd, che certo quelle vette non sfiora», nota ironico Morando: «Evidentemente anche una gran parte degli elettori di centrodestra apprezza il suo tentativo di interrompere questa drammatica guerra civile a bassa intensità che spacca l’Italia».