Ecco le «colpe» dei leghisti che rischiano l’ergastolo

Claudia Passa

da Roma

L’«uomo nero» è lui, il Senatùr, il gerarca della secessione, il condottiero della riscossa padana, il direttore d’orchestra che aveva appena iniziato a interpretare lo spartito «indipendentista» quando su avanguardie e retrovie s’è abbattuta nel ’96 l’inchiesta veronese del procuratore Guido Papalia.
Nella richiesta di rinvio a giudizio, che il 7 febbraio 2006 verrà discussa davanti al gip, il Pm traccia il profilo dei 45 leghisti accusati di attentato all’unità nazionale. E coinvolti da quasi un decennio in un’inchiesta sbloccata solo di recente dalla Consulta che ha sciolto il dubbio su un presunto conflitto di attribuzioni fra Parlamento e magistratura, sollevato nell’udienza preliminare del 2001 in seguito al parere di insindacabilità per gli imputati-senatori Gnutti e Speroni.
Rientrati dunque nel ciclone giudiziario dalla porta principale, i due ex inquilini di Palazzo Madama potrebbero essere spediti alla sbarra e rischiare l’ergastolo al pari degli altri leader del Carroccio. «Le maggiori responsabilità vanno sicuramente attribuite a Umberto Bossi - scrive il Pm - (...) per il suo ruolo assolutamente prevalente». Non solo nel «comitato provvisorio di liberazione della Padania», del quale gli viene attribuita la leadership, ma anche «nelle strutture nelle quali egli non ha assunto una carica formale». È in occasione dei suoi comizi che i miliziani della «repubblica federale padana» schierano palette, lampeggianti e armi in vista. È a lui che si rivolge in telefonate disinvolte (e intercettate) Enzo Flego, veronese, responsabile delle «camicie verdi» confluite nella «Guardia nazionale padana», che proprio «per esplicita volontà di Bossi» sono alle dipendenze del «governo provvisorio».
Il passaggio alla Margherita non deve trarre in inganno: anche per Marco Formentini, ex sindaco di Milano, Papalia ritaglia un ruolo di prim’ordine per essersi alternato con Francesco Speroni alla guida del «parlamento» di quella «repubblica federale padana» alla cui costituzione avrebbero lavorato leader del calibro del ministro Calderoli. Al collega Maroni il Pm non perdona il discorso pronunciato a Venezia nel settembre ’97 in cui si esortava il popolo del Nord a «passare dalle parole ai fatti». Maroni viene definito «capo del governo», e al suo fianco, oltre a Vito Gnutti e Giancarlo Pagliarini, compare Mario Borghezio, «contraddistintosi per l’organizzazione di “ronde” e per aver proposto la formazione delle “guardie del nord”». Cosa di cui sembra ancora oggi andar fiero.