Ecco cosa cambia con la riforma della giustiza: "Indipendenza delle toghe e indagini garantite"

Ghedini rivela i cardini del progetto: piena indipendenza delle toghe
dal governo, separazione delle carriere rigorosa e un’alta Corte
disciplinare esterna. Nella Costituzione il principio di responsabilità.
No dei finiani ai due Csm e al rafforzamento del Guardasigilli

Roma - Non si tocca l’obbligatorietà dell’azione penale e si fissa sulla Carta la «totale e piena» indipendenza e autonomia del pm dall’esecutivo. È Niccolò Ghedini, parlando ai corrispondenti stranieri in Italia, a rivelare i due «capisaldi» della riforma costituzionale della giustizia.

Due punti che smentiscono le indiscrezioni trapelate finora, su una limitazione proprio di questi principi. Al tempo stesso, il plenipotenziario del Pdl per la giustizia conferma, secondo l’Asca, che si faranno la separazione delle carriere, due Csm composti per metà di laici e per metà di togati e un’Alta Corte disciplinare esterna. E che si inserirà la responsabilità dei magistrati in Costituzione.
Silvio Berlusconi ha detto che vuole subito la riforma e, dopo il giro di consultazioni che comprende l’incontro tra il Guardasigilli e Gianfranco Fini, le dichiarazioni di Ghedini dimostrano che ormai siamo alle battute finali.

Ma il Fli si fa sentire. Giulia Bongiorno avverte che c’è un sì alla separazione delle carriere e tre no a: «nuove funzioni del Csm e composizione a maggioranza laica; nuovi poteri al ministro della Giustizia; polizia giudiziaria non più alle dirette dipendenze della magistratura». Il ministro Alfano comunque soddisfatto: «L’impianto è condiviso. Mi pare che la strada principale sia spianata. Occorre lavorare sui viali collaterali».

Si parla, però, ancora di bozze provvisorie. Anche Ghedini spiega: «Il ministro Alfano sta preparando l’articolato definitivo, che dovrebbe essere pronto lunedì o martedì e arrivare in Consiglio dei ministri giovedì o venerdì». La riforma, aggiunge, potrebbe vedere la luce a settembre.

Quando spiega come avverrà la «rigorosa» separazione delle carriere, delinea due Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i pm, «entrambi presieduti dal presidente della Repubblica». Ma composti non a maggioranza di laici come dice la Bongiorno, bensì con una «riequilibratura»: non più un terzo di laici e due terzi di togati, ma due quote del 50 per cento.

Di nuovi poteri al Guardasigilli e polizia giudiziaria autonoma dal pm il deputato-avvocato non parla. Precisa, invece, che il governo Berlusconi non vuole andare verso un modello, come quello americano, in cui l’esercizio dell’azione penale è lasciato alla scelta discrezionale del pm, che segue gli indirizzi del potere politico.
Il presidente della Consulta giustizia del Pdl assicura che sarà salvaguardata l’obbligatorietà , «in Europa e nel mondo cosa rara», come l’indipendenza del pm, «che all’estero in alcuni casi dipende dall’esecutivo». Insomma, sembra dire, da noi i magistrati inquirenti sono più liberi che altrove.

Questa è la parte di zucchero, per l’Anm. I problemi nascono sulle carriere separate e i nuovi Consigli superiori. Niente giustizia domestica, nella sezione disciplinare interna al Csm, ma un’Alta Corte di giustizia, sganciata dall’organo di autogoverno della magistratura e composta metà da laici e metà da togati.

«I magistrati - dice Ghedini - non pagano mai: né il Csm né i loro colleghi prendono mai decisioni punitive nei confronti di chi sbaglia. Ecco perché, a tutela dei cittadini, vorremmo inserire la responsabilità dei magistrati nella Costituzione». Altro punto dolente. La legge sulla responsabilità civile dei magistrati esiste dal 1988 e prevede un risarcimento per chi ha subito da una toga un «danno ingiusto», «a causa di dolo intenzionale o colpa grave». Ma è ben difficile provare queste due condizioni e non si ha notizia di magistrati condannati. Se ci sono, le percentuali sono vicine allo zero. «La legge funziona male», dice Ghedini. Nella riforma si vuole porre rimedio.

I corrispondenti stranieri chiedono al parlamentare Pdl se il «processo breve» è archiviato. «Spero di no - risponde lui -, prima o poi dovrà trovare approdo in Italia, perché il processo oggi è eccessivamente lungo». La cosa migliore sarebbe una grande depenalizzazione, ma è «molto complicato». Però, la «durata ragionevole» del processo va garantita. Quanto alla contrastata norma transitoria, che inciderebbe nei processi del premier, per Ghedini è giusta. E ricorda che l’opposizione aveva presentato nella scorsa legislatura il «più restrittivo» ddl Calvi. «Ma di questo - aggiunge- si può e si deve discutere».