Ecco cosa ha perso la Liguria insieme alla Coppa America

Lo straordinario sviluppo di Valencia ha un ulteriore traino dalle regate della Louis Vuitton Cup

(...) che gareggiano sullo specchio di mare davanti alla città. Il vento che gonfia le vele è sempre e comunque uno spettacolo; il confronto fra Alinghi e gli sfidanti avvincente; il meccanismo degli «Act» che anticipano la Louis Vuitton Cup prima e la Coppa America vera e propria poi un po’ farraginoso, ma comunque capace di trasformare un evento lungo pochi mesi in un vero e proprio campionato pluriennale...
Soprattutto, lo spettacolo nello spettacolo di Valencia è vedere come è cambiato il porto, con intere banchine dedicate alla Coppa America, ai quartier generali delle barche, agli sponsor. A un mondo che - senza cancellare affatto la tradizione portuale della città spagnola (a pochi metri di distanza, ad esempio, ci sono le gru delle riparazioni navali e i container) - è riuscito comunque a trasfigurare la città.
Ecco, tutto questo avrebbe potuto essere genovese e ligure. E invece siamo qui a parlare di liti in porto e Valencia è lì a godersi la Coppa America. E persino la Coppa di consolazione - quella degli Act preliminari - in Italia è andata a Trapani. Con la Liguria a vedersela su La7.
E pensare che c’erano tutti i presupposti per raccontare una storia diversa. Perchè il primo giorno in cui si parlò di Coppa America in Italia, successe proprio a Genova. Al Salone Nautico, ça va sans dire. Era il 17 ottobre 1981 e lo Yacht Club Costa Smeralda lanciò la sfida di Azzurra. Fu un trionfo, almeno a livello di immagine. Poi, nell’87 la prima sfida diretta targata GE: lo Yacht Club Italiano partecipò alla Coppa con Italia, la seconda barca italiana a lanciarsi come sfidante. Quindi, fu il turno del Moro di Venezia, lanciato anch’esso a Genova e con a bordo alcuni velisti di casa nostra. Fino all’attuale sfida ad Alinghi firmata anche stavolta dallo Yacht Club Italiano, che subentra a quello di Punta Ala nel griffare velisticamente Luna Rossa.
Eppure, nonostante tutte queste premesse, Genova fa da spettatrice alla Louis Vuitton Cup prima e alla Coppa America poi. La visita di Edoardo e Alessandro Garrone al campo di regata, certo. Qualche ligure imbarcato sulle barche dei tre consorzi italiani, certo. Il resto è nostaglia per quel che poteva essere e non è.
Valencia cambia con una velocità straordinaria, il suo porto diventa un work in progress che migliora di giorno un giorno, quasi un bildungsroman, un romanzo di formazione delle banchine. La figura letteraria è ardita, soprattutto se adattata a un’entità inanimata come un porto. L’uso della lingua straniera - addirittura doppio - è ancor peggio. Me ne scuso. Ma col dialetto genovese questa storia non avrei mai potuto scriverla. Qui siamo fermi ai Comitati blocca tutto e alle liti sui container. Non abbiamo nemmeno la lingua, per raccontare una storia bella come quella di Valencia.
E pensare che tre anni fa, era il marzo del 2003, sembrava che questa storia potesse essere la nostra storia. La storia iniziava con Alinghi, una barca europea, svizzera per la precisione, che vinceva la Coppa America e quindi - per la prima volta dall’inizio della competizione - aveva la possibilità di portare il campo di regata nel vecchio continente. Piccolo particolare: in Svizzera non c’è il mare.
A questo punto, è iniziata la gara alla candidatura. Valencia, per l’appunto. Ma anche il Portogallo. E la Francia. E, soprattutto, mille città d’Italia: dalla Sicilia (che poi si è conquistata un antipasto della Coppa con gli Act di Trapani) alla Toscana, dalla Sardegna al Friuli-Venezia Giulia, dal Lazio a Napoli, alla fine la più vicina all’obiettivo.
In quella lista la Liguria c’era. Addirittura c’erano tutte e quattro le province: Imperia, Savona, Genova e il Tigullio e La Spezia si erano fatte avanti per ospitare la competizione. Addirittura, l’allora presidente del consiglio regionale, il leghista Francesco Bruzzone, raggiunse vette liriche nel raccontare come mai la Liguria si può considerare a tutti gli effetti il mare della Svizzera. Addirittura Alinghi stabilì un primo contatto con l’Arpal chiedendo al centro metereologico regionale i dati storici sui venti nel mar Ligure, elemento decisivo per una competizione come la Coppa America. E si firmò un accordo con la Regione Lombardia per marciare e colpire uniti in direzione del bersaglio: la Coppa in Liguria.
Risultato: fra le otto possibili sedi che si giocarono il posto finale, nemmeno una era ligure.
E addirittura la Regione Liguria si era limitata alla pur volenterosa dichiarazione di intenti di Bruzzone. «La notizia dell’esclusione delle città liguri mi stupisce moltissimo - spiegò all’agenzia di stampa Ansa il 27 marzo 2003 l’allora consigliere regionale azzurra Nucci Novi Ceppellini, vicepresidente della Federazione Internazionale Vela, incaricata dal presidente Sandro Biasotti di presiedere un comitato che si occupasse della vicenda - Proprio ieri avevo chiesto al team Alinghi il questionario definitivo e mi avevano risposto che non era ancora pronto. Le informazioni che avevo erano di tempi molto più lunghi».
La Liguria - mentre gli altri avevano già completato tutti gli incartamenti, con bolli e ceralacche al posto giusto - non aveva presentato nemmeno una richiesta ufficiale di assegnazione della fase finale della Coppa.
È una piccola storia. Ma somiglia maledettamente a una parabola.