Ecco cosa può cambiare in Medio Oriente dopo il ritiro dei coloni

A differenza di Gaza, dove c’erano ottomila coloni, in Cisgiordania, terra più «biblica», ce ne sono 230mila. Poi c’è il problema di Gerusalemme, che gli arabi vogliono come capitale

A Qual è il valore politico del ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e, in futuro, dalla Cisgiordania?
Può sembrare paradossale, ma il valore politico di questo ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, il cui controllo passerà all’Autorità nazionale palestinese, legittima sempre più agli occhi degli arabi l’esistenza dello Stato israeliano, realizzando il sogno che Theodor Herzl aveva espresso nel 1896 nel libro «Uno stato ebraico». Perché il problema della pace e della collaborazione nell’area dipende sempre dalla definitiva accettazione di Israele da parte dei suoi vicini. Il largo consenso della comunità internazionale, che accompagna questa decisione del governo di Ariel Sharon, da tutti definita coraggiosa, apre in modo irreversibile la strada alla formazione di uno Stato palestinese e quindi, nel territorio della ex Palestina, di due Stati, in ottemperanza alla risoluzione dell’Onu del 1947, che aveva approvato la spartizione dell’ex mandato britannico. Il territorio di Gaza, assieme a quello della Cisgiordania, erano stati occupati da Israele nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni. Anche il Sinai era stato occupato, ma poi restituito all’Egitto da un altro premier conservatore, Menachem Begin.
B Che cosa significa questo ritiro per il Medio Oriente?
La legittimazione che Israele ricava da questo ritiro pone gli Stati del Medio Oriente, che con esso non hanno ancora stabilito regolari rapporti diplomatici, di fronte alla necessità di accelerare i tempi di una decisione se vorranno contribuire alla pace dell'intera regione. Il segnale dovrebbe essere dato dall’Arabia Saudita, Paese-leader dell’Islam sunnita, se non vuole che l’islamismo radicale e terroristico prenda il sopravvento e la investa direttamente. La normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita dovrebbe procedere in parallelo con quella tra Israele e Siria. Contrario rimane l’Iran, Paese-leader dell’Islam sciita, ma non arabo. Un chiaro giudizio positivo è arrivato dal presidente egiziano Hosni Mubarak, e un apprezzamento anche dal re giordano Abdallah, nel cui regno, tuttavia, metà della popolazione è palestinese.
C Che cosa significa il ritiro dal punto di vista simbolico?
Il 15 agosto, all’inizio delle operazioni di evacuazione dei coloni, il premier Sharon dichiarò: «Avevamo un sogno (quello della Grande Israele, comprendente per intero le terre bibliche della Giudea e della Samaria). Non si è realizzato». Tuttavia Gaza non fa parte della tradizione biblica, e il suo territorio non fu mai realmente colonizzato dagli ebrei. Diversi osservatori vedono alla base della decisione di Sharon anche considerazioni militari: era troppo oneroso difendere circa 8mila ebrei tra 1,5 milioni di palestinesi. Diverso si presenta il caso della Cisgiordania, dove i coloni ebrei sono circa 230mila a fronte di oltre due milioni e 200mila palestinesi. Comunque è stato infranto il tabù in base al quale veniva considerato ebraico il territorio dove si insediavano coloni ebrei.
D Lo sgombero dei coloni è la fine della colonizzazione?
No. La storia biblica del popolo ebraico è la storia della colonizzazione di una terra, che di per sé non era ricca né di latte né di miele, ma che solo il duro lavoro avrebbe fatto prosperare. La successiva quasi bimillenaria diaspora, e la concentrazione delle attività degli ebrei su attività non legate alla terra, non ha mai fatto perdere di vista il sogno e l’obiettivo di coltivare e far fiorire una terra, cioè di colonizzarla. Così, dopo il progetto di Herzl, e fino alla fine della Seconda guerra mondiale, migliaia di ebrei si recarono in Palestina, acquistando terre dai palestinesi, costituendo un primo nucleo materiale di quel «focolare nazionale», poi entrato negli obiettivi della diplomazia internazionale, che portò alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948. Gli Stati arabi non accettarono questa risoluzione, crearono la Lega Araba e attaccarono Israele, ma furono respinti.
E Quanto ha influito la scomparsa di Yasser Arafat sulla determinazione di Sharon?
Indubbiamente molto. Benché Sharon, inizialmente strenuo difensore degli insediamenti, avesse poi maturato la convinzione del valore del principio «territori in cambio della pace», la scomparsa dell’uomo che per decenni Israele aveva considerato un terrorista e che solo nel 1993 aveva riconosciuto come leader legittimo dei palestinesi, ha evitato che fosse costui a diventare il primo capo di uno Stato palestinese vero e proprio. La stessa formula di Autorità nazionale palestinese salvaguardava le riserve di Israele e non dava piena soddisfazione ad Arafat. Ma fu saggio da entrambe le parti accettare questo compromesso. Sharon ha visto nel successore di Arafat, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), un interlocutore accettabile, anche se non sono cessati i suoi dubbi sull’effettiva capacità di questi di venire a capo in tempi brevi della riottosità dei gruppi terroristici. Avendo deciso l’evacuazione in piena autonomia, Sharon aspetta di vedere la reazione di Abbas, il quale ha definito il ritiro da Gaza una «occasione storica» per raggiungere la pace, dare sicurezza agli israeliani e stabilità ai palestinesi.
F Sharon ha rotto con la politica tradizionale di Israele?
No. Sharon si colloca al termine di un lungo processo politico, contrassegnato da quattro guerre e due intifada. I leader che lo hanno preceduto, socialisti o conservatori, da Ben Gurion a Menachem Begin fino a Yitzhak Rabin (ucciso nel 1995 da un fanatico integralista ebreo), si sono tutti mossi verso l’idea di un ridimensionamento territoriale di Israele rispetto alle conquiste del 1967. Senza la loro lungimiranza, Sharon non avrebbe potuto accettare questa «pace dei coraggiosi», che implica rinunzie presenti in funzione di vantaggi a lungo termine. Ma si tratta di una scommessa unilaterale, che ha visto finora i Paesi arabi fermi su una posizione di attesa, legata anche all’evoluzione interna del Territorio dell’Autonomia, dove il movimento islamico Hamas sfida l’Anp e finora non ha deposto le armi.
G Sharon ha voluto coinvolgere tutta la popolazione israeliana in questa storica operazione di pace?
La tv israeliana trasmette in diretta le fasi delle operazioni di evacuazione, accrescendo il carico di emotività. Queste immagini non saranno facilmente dimenticate, ma la «trasparenza» che esse offrono è destinata, nelle intenzioni del premier, a rafforzare lo spirito di solidarietà del suo popolo. Sharon si propone adesso di spostare risorse sullo sviluppo economico, anche perché il futuro benessere di Israele dipende dal processo di sviluppo e di integrazione che si realizzerà in tutta l’area. Perché ciò avvenga, anche il futuro Stato palestinese sarà chiamato a cooperare. Gli aiuti internazionali non mancano. Si tratta adesso di diffondere una cultura di pace e di riconciliazione, senza dubbio non facile, ma non impossibile. Siria, Libano, Egitto e Giordania dovranno essere i primi Paesi ad aumentare le opportunità di sviluppo dell’area.
H Quanti sono gli insediamenti sgomberati in questa fase e quanti ne rimangono?
Gli insediamenti da sgomberare, tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, sono circa 150. La fase attuale, iniziata il 15 agosto, ne prevede la chiusura di 21 a Gaza e 4 in Cisgiordania. A Gaza c’erano ottomila coloni, ma solo poche centinaia, anche per la presenza di alcuni infiltrati, hanno opposto una dura resistenza. Il comportamento dei soldati israeliani, venuti a contatto con la popolazione costretta a lasciare case e campi modernamente attrezzati e lavorati, risulta esemplare, a parte alcuni episodi. Con questa operazione, Sharon ha voluto soprattutto sperimentare la capacità della popolazione ebraica di assorbire, psicologicamente e politicamente, questo colpo, che alcuni hanno dipinto come una nuova deportazione, un nuovo Olocausto. I fatti gli stanno dando ragione, e se la situazione non precipiterà a causa di gravi episodi, Sharon potrà dire di essere riuscito a tenere unite le due anime di Israele e del sionismo, la laica e la religiosa.
I C’è anche un problema demografico tra le cause che hanno spinto Sharon a questa decisione?
È un dato di fatto che gli ebrei sono 5 milioni, circondati da 250 milioni di arabi. A Gaza, oltre un milione di palestinesi surclassava poche migliaia di ebrei. Ma l’obiettivo di questo arroccamento è di compiere un gesto decisivo per cambiare definitivamente la natura dei rapporti tra ebrei e palestinesi: dall’odio e dalla diffidenza, alla fiducia e alla collaborazione. Si tratta di una decisione politica, senza dubbio di portata storica, ma non ancora definitiva. Ben più complessa, tuttavia, si presenta la questione degli insediamenti in Cisgiordania, terra più «biblica», dove si sono insediati 230mila coloni ebrei.
J Quali ombre persistono dopo il ritiro da Gaza?
Questo primo ritiro non è stato negoziato con l’Autorità palestinese. È un gesto unilaterale e rappresenta solo una piccola parte di ciò che i palestinesi e gli Stati arabi si attendono. Il grosso problema riguarda la Cisgiordania, ma in fondo al tunnel c’è il problema di Gerusalemme. I palestinesi hanno sempre detto che la capitale del loro futuro Stato dovrà essere Gerusalemme Est, araba. La questione dei Luoghi Sacri della «Città santa» può riesplodere in qualsiasi momento. Per il momento, Sharon ha costituito un credito internazionale a favore di Israele, destinato però a esaurirsi se il processo si fermerà o non avrà seguiti incoraggianti. Nell’immediato, le condizioni dei palestinesi di Gaza non miglioreranno, e quello che è stato un gesto di coraggio politico di Israele potrebbe essere considerato un cedimento di fronte alla pressione del terrorismo, e quindi un incitamento a riprenderlo in forze.