«Ecco cosa succede davvero in Confindustria»

Gian Battista Bozzo

da Roma

Per due anni Antonio D’Amato ha taciuto, impartendo una lezione di galateo confindustriale ai molti che prevedevano - anzi, paventavano - fiumi di parole e d’inchiostro da parte del presidente uscente. Finora D’Amato ha taciuto, ma evidentemente dev’essere scattato qualcosa fra Vicenza e Roma, fra il convegno dello choc e la giunta che quello choc ha cercato di assorbire nella mozione degli affetti e della solidarietà al presidente Montezemolo. E allora D’Amato non tace più, ed è davvero un torrente in piena: ventiquattr’ore dopo il suo «no», l’unico in giunta, alla linea della presidenza, dice al Giornale: «Il disagio c’è, ed è emerso con evidenza. C’è un grande sbandamento nella base associativa. C’è soprattutto la preoccupazione che dietro lo slogan dell’autonomia, in realtà la Confindustria non sia autonoma fino in fondo».
Presidente D’Amato, che cosa è successo ieri nel chiuso della giunta di Confindustria? La quasi unanimità sul documento della presidenza sembra testimoniare grande solidarietà a Montezemolo. Perché lei ha votato «no»?
«Sono ben lieto di chiarirlo, tanto più che a leggere la ricostruzione fatta da certi giornali sembrerebbe che Montezemolo sia per l’autonomia di Confindustria, e io per un suo schieramento politico. Le cose non stanno così. Quando il presidente della Confindustria è in difficoltà e chiede aiuto, la giunta glielo offre, come da tradizione, e si stringe intorno al suo presidente. E questo è giusto. È sbagliato, però, cercare di dare all’esterno un’immagine falsa, un finto unanimismo che non corrisponde alla realtà di un disagio veramente forte, che sarebbe sbagliato sottovalutare. In giunta c’è stato un dibattito ampio e approfondito, dal quale sono emersi con evidenza momenti di preoccupazione e disagio che larga parte della base associativa sta vivendo in gran parte d’Italia: dall’Emilia al Mezzogiorno, dalla Lombardia al Veneto».
Da che cosa dipende questo disagio?
«Lo sbandamento della base associativa deriva da una preoccupazione: che la Confindustria, dietro lo slogan dell’autonomia, non sia autonoma fino in fondo. Una contraddizione che è esplosa a Vicenza, ma che da tempo andava maturando e consolidandosi. E proprio lo choc di Vicenza era il vero convitato di pietra nella riunione di giunta di giovedì: uno choc che non è stato assorbito, tanto da richiedere il ricorso al silenzio stampa, tipico delle squadre di calcio in difficoltà».
Molti hanno detto: ma in fondo, che differenza c’è fra il convegno di Vicenza e quello di Parma del marzo 2001 in cui, con lei presidente, la Confindustria sembrò offrire un endorsement a Silvio Berlusconi?
«Confindustria non fece alcun endorsement a Berlusconi, ma chiamò due candidati a confrontarsi sulle azioni per la competitività proposte dalle imprese italiane. La verità è che, per quanto riguarda il rapporto fra imprenditori e politica, Vicenza è stata identica a Parma. Anche allora il candidato del centrosinistra, che era Francesco Rutelli, ottenne consensi: anzi, a dire il vero, ne ottenne più di quanti ne ha avuti Romano Prodi a Vicenza. Poi, il secondo giorno, a Parma come a Vicenza, la platea degli imprenditori ha tributato a Berlusconi un consenso molto più ampio e sentito. Lasciamo perdere dunque la storiella della claque, che rappresenta una mancanza di rispetto nei riguardi delle migliaia di imprenditori che erano in sala. Fin qui le similitudini. Fra Parma e Vicenza, ci sono però due differenze fondamentali: intanto, cinque anni fa, Confindustria si presentò con un documento programmatico alla cui preparazione aveva contribuito l’intera associazione. Ma la differenza più profonda è che, aizzata involontariamente da qualcuno (Diego Della Valle, ndr), la base industriale ha manifestato una profonda insofferenza, se non nella leadership confindustriale, almeno nei confronti della linea seguita fin qui. Siamo tutti d’accordo sul principio dell’autonomia, che è stato ribadito anche in questi giorni ed al quale io stesso mi sono sempre ispirato. Ma l’autonomia non è una parola, non è un concetto astratto. È un modo concreto di fare, e presuppone la possibilità di farlo. Considero l’autonomia così importante che, quando nel gennaio 2004 pubblicai sul Sole 24 Ore la mia ultima lettera di Capodanno agli imprenditori, ritenni doveroso sottolineare che nella scelta del nuovo presidente essi avrebbero dovuto privilegiare un imprenditore che fosse autonomo nel cuore, nella testa e nella tasca».
Si riferisce a Luca di Montezemolo, in particolare al fatto che pochi mesi dopo essere stato chiamato alla guida della Confindustria, è stato nominato presidente della Fiat?
«Purtroppo sì. Allora, quando lo scrissi, non pensavo certamente a Montezemolo, ma adesso il problema effettivamente esiste, perché è alla testa di un’impresa piena di debiti con le banche e di problemi con il sindacato».
Con quali conseguenze, a suo parere?
«Le conseguenze ci sono, e sono sotto gli occhi di tutte le imprese italiane. Nessuno può far finta di ignorarle. Sul fronte del rapporto con le banche abbiamo assistito a prese di posizione contraddittorie. È stata abbandonata la precedente posizione di Confindustria sulla riforma dei poteri della Banca d’Italia e di tutto il sistema delle regole sul risparmio. Con lo slogan del fare sistema, abbiamo dapprima stretto un abbraccio con il governatore Fazio e coi banchieri che lo sostenevano, impegnati nella difesa dello status quo. Salvo poi, l’anno successivo, quando Fazio si è dimostrato non più in sintonia con alcuni progetti e alcuni interessi specifici, scendere in campo in prima linea con duri attacchi alla persona del governatore, in Italia e all’estero, screditando le istituzioni del nostro Paese e continuando a dimenticare la questione delle regole e dei poteri della Banca d’Italia».
Ne ha mai parlato direttamente con Montezemolo?
«Sì. E quando sollevai questo problema nel settembre scorso, mi rispose che non poteva fare diversamente perché era impegnato nella difesa della Rizzoli-Corriere della Sera. Ma Rcs è della Fiat e di pochi altri colleghi, non è interesse di tutta la Confindustria».
Ci sono state conseguenze anche nel rapporto con i sindacati?
«Evidentemente sì. Lo stesso Montezemolo ha dovuto riconoscere che il ribaltamento della posizione della Confindustria non ha portato ad alcun risultato. Abbiamo rimesso nelle mani della Cgil un potere di veto che ha paralizzato ogni progresso sul piano delle relazioni industriali, e con ciò abbiamo anche messo in difficoltà la Cisl e la Uil che, coraggiosamente, avevano incominciato a dialogare con noi sulle riforme del mercato del lavoro. Sull’altare dell’amicizia con la Cgil abbiamo immolato la seconda parte del Patto per l’Italia. E tutto questo è successo senza che ci sia mai stato un passaggio di verifica in giunta, quello stesso organismo che a stragrande maggioranza s’era impegnato sulla linea delle riforme».
Banche, sindacati. Manca il governo.
«Nel rapporto con governo trovo sconcertante una cosa: ci siamo battuti per quindici anni allo scopo di ottenere una riforma delle pensioni, che alla fine è stata varata e che viene riconosciuta in Europa come una delle migliori. Ebbene, l’azienda presieduta dal leader della Confindustria, d’accordo col sindacato, da mesi chiede al governo una deroga ad hoc che aprirebbe la strada a un progressivo affossamento della riforma previdenziale. E quindi sui fronti delle banche, dei rapporti con il sindacato e di quelli con il governo ci troviamo di fronte a casi di interessi particolari in contrasto con l’interesse generale delle imprese. Tutto questo, la nostra base lo percepisce chiaramente. Ed è per questo motivo che non crede nella reale autonomia della linea di questa presidenza».
Di tutto questo, nulla è finora emerso pubblicamente. Ma nel sottofondo si odono gli scricchiolii. Si parla di decine di e-mail di protesta giunte nei siti della Confindustria nazionale e delle associazioni territoriali e di categoria. Lo stesso presidente Montezemolo ha affermato giovedì in giunta che «non si è comunicato bene con la base tutto ciò che stavamo facendo a favore delle imprese». Forse, allora, il dissenso della base incomincia ad udirsi anche nei piani alti di viale dell’Astronomia. E forse la mozione degli affetti di Luigi Abete nei confronti di Diego Della Valle ha irritato più d’un imprenditore.
«Come le dicevo, il dibattito in giunta è stato molto più ampio e profondo di quanto sia poi emerso sulla stampa. E dopo quella che lei chiama mozione degli affetti non ho sentito applausi: solo gelido silenzio».
Vicenza ha rappresentato uno choc per gli imprenditori, vedremo che cosa ne scaturirà. Comunque bisogna guardare avanti: altre importanti scadenze sono in arrivo. Diamo un’occhiata all’agenda delle cose da fare.
«La riduzione del cuneo fiscale è importante tanto quanto la riforma dell’Irap. Mi faccia però dire una cosa più generale sulla competitività. L’Italia può competere e correre molto più di quanto faccia adesso. Occorre puntare sugli investimenti in ricerca e infrastrutture; ma bisogna anche mettere le imprese nelle condizioni di competere sul fronte dei costi. Per raggiungere questo obiettivo occorre lavorare di più, e ridurre i costi unitari del lavoro anche per contrastare la piaga dell’economia sommersa. La riforma dell’Irap, la riduzione del cuneo fiscale, il taglio del prelievo tributario sulle imprese sono strade obbligate. Per raggiungere questi obiettivi serve una politica della spesa pubblica che superi gli ostacoli frapposti dalle logiche corporative del sindacato, chiuso a riccio per difendere l’esistente».