Ecco il destino di Romney: nessuno lo ama, lui batte tutti

Avanza il "grigio vincente"Il candidato mormone ha vinto anche nel New Hampshire: ha contro i conservatori più duri e molti lo considerano senza carisma. Però vince. E se non sbaglia avrà la nomination <strong>VIDEO: <a href="/video/usa_2012_giuseppe_de_bellis_romney_puo_solo_perdere_lui/id=debellis" target="_blank">L'editoriale di Giuseppe De Bellis</a> SPECIALE:</strong> <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/usa_-_elezioni_2012/speciale-id=137-tipo=107-rs... target="_blank">ELEZIONI USA 2012</a></strong>

Vince il candi­dato che non piace a nessu­no. Possibile? Possibile. Per ora vince Mitt Romney, ap­punto: critica­to, contestato, per niente amato. L’uomo che non va mai bene si sta prenden­do le primarie repubblicane, in America. È l’anti-Obama alle presidenziali di novembre pur avendo praticamente tutti con­tro. Dicono non funzioni, poi lo votano. Dicono non vada bene per nulla, poi arriva pri­mo in New Hampshire e in Iowa, doppietta che non era riuscita a nessuno, né a Bill Clinton, né a Ge­orge W. Bush, né a Barack Obama. Dicono che qualcun altro lo possa ancora battere, però per il mo­mento non si vede all’orizzonte nessuno in grado di farlo.

Dicono un sacco di cose, in sostanza, poi i numeri raccontano altro: la storia di un candidato che i voti li pren­de. Ha finanziatori, ha potere, ha il vantaggio di essere l’unico mo­derato in uno schieramento di re­pubblicani che verso l’estremo è molto variegato e frammentato. Di Mitt Romney nessuno parla sor­ridendo: il 39 per cento dei consen­si­ottenuti in New Hampshire mar­tedì sera fa a cazzotti col fatto che molti dei giornali dello Stato aves­sero dichiarato la loro preferenza per l’ex ambasciatore Jon Hunt­sman, arrivato terzo. Anche a livel­lo nazionale la storia è la stessa. Il New York Times s’è fatto affascina­re (salvo poi cominciare a pren­derne le distanze) da Ron Paul, il Wall Street Journal ha scritto più volte che il candidato con il pro­gra­mma più interessante e poten­zialmente migliore è proprio Hun­tsman.

Romney è una specie di re­i­etto popolare: non gode dei favo­ri di molti, ma esce vincente dalle urne. Ha soldi, tanti. Ha il favore del pronostico, ha il partito alle spalle. Tutto questo, però, diven­ta un problema: non c’è talk show politico,non c’è dibattito sul web, non c’è approfondimento radiofo­nico che non lo metta alla berlina. I conservatori più duri non lo sop­portano: lo considerano un ami­co delle lobby di Wall Street e di Washington. Dicono: non è abba­stanza di destra, né sufficiente­mente conservatore. Poi dalle al­tre ali del partito affondano: è un candidato legnoso e di scarso cari­sma, spesso cambia idea con il vento.

Lo schieramento anti-Romney è enorme, talmente grande che c’è ancora chi sostiene - e non so­no pochi­che se la sua vola­ta verso la nomination diventasse scontata nelle prossime due tappe delle primarie, allora sarebbe il caso di far intervenire qualcun altro a candidarsi. Sugge­stione non isolata, tanto che Ron Paul, che in New Hampshire è arrivato secondo, potrebbe addirittura uscire dalla competizione all’in­terno del partito repubblicano e presentarsi comunque alle presi­denziali da indipendente. Come a dire: piuttosto che favorire Rom­ney, favorisco Obama. Perché accadrebbe questo: Paul togliereb­be voti da destra, erodendo così un potenziale elettorato di Rom­ney. Potenziale, certo.

Strana storia,questa.C’è una di­cotomia tra risultato elettorale e sentimento popolare. A voce, Romney è considerato non abba­­stanza forte, poi quando si aprono le urne diventa il più credibile. Esempio: in New Hampshire, gli ultimi sondaggi lo davano in disce­sa, poi il voto l’ha fatto risalire al 39%. Numeri, quindi. Che contra­stano con le parole. Anche ieri, do­po la vittoria, in molti hanno det­to: «Vince, ma non stravince». Co­me a prendere le distanze da un uomo e da un politico che va avan­ti p­er inerzia e per assenza di avver­sari piuttosto che per meriti pro­pri. Sulla sua strada per la conven­tion di­fine agosto in Florida ha an­cora delle mine.

Una è la fede mor­mone, l’altra è la sua storia di capi­talista a capo di un fondo di priva­te equity, Bain Capital, che negli anni Ottanta comprava aziende decotte e le rivendeva dopo averle risanate, con misure che com­prendevano licenziamenti di mas­sa.
Romney difende il suo passato in nome della libera impresa, e di­ce che senza Bain quelle aziende sarebbero finite peggio. I rivali, per ora repubblicani, ma presto anche la campagna di Obama se la nomination di Romney fosse certa, lo attaccano invece come plutocrate lontano dalla gente. Un argomento che in tempo di cri­si può fare presa profonda: quan­to pesa lo si vedrà presto, se la cam­pagna di Newt Gingrich manderà in onda lo spot-documentario che ha comprato, nel quale com­paiono proprio gli operai licenzia­ti da Bain Capital ad accusare Romney. E anche Rick Perry ora lo attacca da destra dandogli del «ca­pitalista avvoltoio».

Parole pesanti, in alcuni casi l’ultima arma rimasta ad avversa­ri che co­me Perry hanno fatto ma­lissimo sul cam­po.

Ma un’ar­ma potente. Se funzionerà contro Mitt si vedrà il 21 gen­naio, quando si voterà in Sou­th Carolina, un territorio teori­camente più vi­cino ad alme­no tre candidati prima di lui, dove molti parlano male di lui, ma dove ieri aveva comunque un buon van­taggio nei sondaggi. Può vincere pure lì. E quindi andare dritto fino alla nomination. Senza piacere a nessuno, o quasi.

Twitter: @giudebellis