Ecco dove vivono i rom a spese della Provincia

Stefania Malacrida

Agosto movimentato al condominio di via Varanini 27, vicino alla stazione Centrale. Sono arrivati i nuovi vicini di casa: una trentina di rom, piombati lì tre settimane fa, senza alcun preavviso. Si tratta di una parte degli 81 nomadi sgomberati dall’accampamento di via Capo Rizzuto, ora nell’ennesimo alloggio procurato loro dalla Casa della carità di don Virginio Colmegna. Stavolta però l’affitto lo paga la Provincia: 32mila euro, si legge nella delibera di Palazzo Isimbardi, per un canone di locazione di tre mesi più tre, salvo proroga. La somma va alla società Miramondo Network, proprietaria degli immobili. Il titolare conoscerebbe don Colmegna da anni. Un atto di beneficenza, a giudicare dallo spazio messo a disposizione: un seminterrato a uso commerciale di 300 metri quadri e quattro appartamenti per un totale di altri 300.
«Sì, sì, quattro appartamenti - conferma Felix, uno dei nuovi inquilini -. Siamo 35 persone, 15 i bambini. Veniamo qui alle 8 di sera e andiamo via la mattina». Disponibile, un bel sorriso, Felix snocciola, in un italiano stentato ma preciso, cifre corrispondenti pari pari a quelle indicate nella delibera. Quando però gli si chiede che lavoro fa, diventa incerto, abbozza poche parole tra cui «fisarmonica».
Ma allora, questi rom accolti dalla Caritas, sono regolari o no? «Hanno fatto tutti domanda a più livelli - spiega don Virginio Colmegna -. O il permesso di soggiorno, o perché hanno bambini disabili. E comunque - continua il presidente della Casa della carità - non è corretto parlare di affitto, perché i romeni sono qui solo di notte. È una soluzione di emergenza». Un’emergenza perenne, visto che questi «semiregolari» sono in costante pellegrinaggio da un accampamento all’altro. Proprio per ripristinare la legalità, il Comune aveva smantellato la baraccopoli abusiva di via Capo Rizzuto, quella stessa dove avevano trovato asilo gli stupratori della studentessa 23enne arrestati lo scorso giugno. E ora, insomma, uno la fa, l’altro la disfa: il sindaco sgombera i rom, e la Provincia paga per risistemarli in città. «È stato il Comune - risponde il sacerdote - ad aver sollecitato la Provincia a intervenire. Ed ecco che è intervenuta, siglando un accordo al tavolo della prefettura. Ma ripeto, è una sistemazione provvisoria. Anzi sperimentale, in vista di un progetto più ampio, basato su piccole comunità nel tessuto urbano».
Don Colmegna coltiva il suo sogno di integrazione. Un po’ più coi piedi per terra sono gli altri partecipanti (loro malgrado) all’esperimento: i residenti della zona. Sotto casa loro, di sera c’è un gran via vai di furgoni. I volontari scaricano di tutto: brande, tappeti, cartoni pieni di cibo per la colazione, bevande. Le porte dell’immobile sbattono ripetutamente, chi entra e chi esce. Ai balconi, gli abitanti osservano perplessi l’affaccendarsi attorno ai quei 35 romeni. Avanzano qualche dubbio, «con tutti gli italiani in lista d’attesa per una casa... », ma poi ammettono: «Non danno fastidio. Dormono qui e per il resto si fanno i fatti loro». «Sì - ribatte un altro -, ma a spese degli enti pubblici». È il prezzo dell’integrazione. Per ora, lungo la via del cosmopolitismo c’è solo via Varanini, con i balconi che danno sulla stazione centrale. La zona abbonda di questuanti che chiedono qualche moneta in cambio di due note di fisarmonica. Colleghi di Felix.