«Ecco un esule pieno di fascino»

«Il suo contraddittorio amore per i figli rende Edipo una maschera davvero moderna»

Laura Novelli

Già solo per lo spirito che la anima, una rassegna come il Festival dell’Unione dei Teatri Europei (la cui apertura è prevista per stasera a India) evoca pensieri e riflessioni che si collocano giocoforza «fuori» dal teatro. In quel complesso quadro, cioè, di problematiche sociali, politiche e culturali legate alla realtà di un continente che è tanti continenti diversi e alle conseguenze più dibattute di una fusione geografica che solleva ancora qualche interrogativo. Una delle prerogative più interessanti della ricca vetrina organizzata dal Teatro di Roma sta, però, proprio nel saper tradurre in linguaggio scenico la complessità di questo lungo processo di unificazione. Non è un caso, d’altronde, che ad inaugurare la kermesse (17 i lavori in cartellone, prodotti da sedici teatri tra i più rappresentativi d’Europa) sia uno spettacolo come l’Edipo a Colono sofocleo per la regia di Mario Martone: paesaggio polimorfo di tensioni oggi attuali (la contaminazione culturale, l'immigrazione, i conflitti interrazziali e interreligiosi) che trovano in Toni Bertorelli/Edipo un interprete asciutto e incisivo. «A prescindere dai risvolti di tipo psicanalitico - spiega l’attore - e da implicazioni di varia natura, il nocciolo duro di quest'opera è senza dubbio di tipo politico e coincide con il tema dell’accoglienza. Da una parte c’è Atene, con le sue leggi democratiche, la sua pietà, la sua apertura verso l’altro e lo straniero. Dall’altra c’è Tebe, con la sua cultura arcaica e la sua chiusura nei confronti del diverso». Ed è proprio questo Edipo esule, ormai anziano, stanco e cieco, a segnare la linea di confine tra i due mondi messi a confronto: «Edipo è il male, il tumore che arriva in un situazione di pace e porta con sé la guerra. Anche se poi, alla fine del suo percorso mistico di espiazione e di redenzione, proprio Atene sarà la destinataria della sua eredità oracolare».
Nella messinscena «itinerante» di Martone (l'impianto scenografico di Mimmo Paladino, nato l’anno scorso proprio per il teatro India, prevede l'utilizzo di diversi spazi della sala, compreso il cortile esterno) resta infatti ben saldo il legame con il mito e con la sacralità di un personaggio che rappresenta sempre e comunque una grande sfida per un attore. «Dal punto di vista psicologico ed emotivo - riprende Bertorelli - dare vita a questa figura ha significato toccare delle corde che mi hanno letteralmente travolto. Edipo è un uomo che ha fatto esperienza di cose atroci: ha ucciso il padre, amato la madre, generato con lei dei figli, si è punito con una pena terribile. Qui Sofocle ce lo mostra prossimo alla fine, in cerca di una terra che lo accolga, di un’assoluzione (o meglio, di un’autoassoluzione) che lo liberi dal fardello del passato». Ma ce lo mostra anche - e soprattutto - nel suo amore e nel suo strazio di padre. Un padre diviso tra tenerezza disarmante e odio profondo; tra l'amore «quasi scandaloso» per le figlie femmine (Ismene è interpretata da Moira Grassi, Antigone da Elena Bucci) e la rottura insanabile con Polinice (l’ottimo Valerio Binasco, davvero formidabile nel duetto/contrasto con l’anziano genitore che prelude alla guerra fratricida). «Al di là del tenero affetto che prova per Ismene - prosegue l’attore - il rapporto con i figli rappresenta per Edipo l'ultima grande spina nel cuore, l’ultima ragione di dolore. E anche questo è un aspetto del personaggio che mi coinvolge e che trovo moderno». A conferma di quella vitalità dei classici che - questo festival europeo ne è una luminosa dimostrazione - li rende insuperabili: capaci ancora oggi di parlare alla coscienza dell’uomo. «I classici - conclude Bertorelli (che vedremo presto in tv nei panni di un mafioso nella serie Rai La moglie cinese e che a marzo inizierà le riprese del nuovo film dei Taviani) - sono oggetti inossidabili. Li puoi smontare, cambiare, ambientare su un astronave ma restano sempre universali».