Ecco Fabri Fibra Fa il rapper e spara a zero (ma non su di sé)

Avanti, prego: ce n’è per tutti. Fabri Fibra pubblica il suo nuovo cd e lo intitola Controcultura perché (primo motivo) «la controcultura è stata sostituita dal web» e (secondo motivo) «io credo di essere l’artista italiano più in contrapposizione con la cultura dominante: ho un’immagine pessima, ma ho i contenuti». Se ci aggiungete un altro paio di frasi riferite pochi minuti dopo, sempre durante la presentazione del disco alla stampa, ecco che il quadro è quasi completo: «Oggi i cantanti sono tutte escort, sono pagati per tacere»; «Da quattro anni sono il numero uno dell’hip hop per contenuti e vendite». In mezzo a questi slogan autoriferiti, c’è un bel disco musicalmente vario (però solo come lo può essere un album hip hop) e dai contenuti quantomeno enciclopedici. Fabri Fibra - ossia Fabrizio Tarducci nato a Senigallia nel 1976 - non si lascia scappare nulla e in diciotto brani infila il suo pensiero da cima a fondo, tanto che le sue interviste (come dovrebbe essere per tutti gli artisti, non solo i rapper) sono quasi superflue visto che tutto intanto è già contenuto nei diciotto brani dell’album, che ha un solo filo conduttore: la realtà. Fabri Fibra la racconta senza peli sulla lingua (virtù), ma da una sola prospettiva, che generalmente è nichilista e negativa (difetto). Lui «con il rap faccio il Popper», come canta in Escort (che è «l’anagramma di sterco»), ed è «costantemente alla ricerca del dolore/ fisico mentale non conta/basta che faccia male» (Insensibile). Però lentamente, tra un verso e l’altro, diventa il telegiornale dei telegiornali, usa nomi come paradigmi di cronaca (Noemi Letizia, Travaglio, Laura Chiatti e via così) e mescola luoghi comuni (del tipo «Odio i figli dei Pooh e i figli di pà») con invettive (due a caso: «Quando guardo Santoro da quassù non mi passa più», da Spara al diavolo e «Non chiamarlo La Pupa e il Secchione/ ma la tro... e il caso umano» da Qualcuno normale). Ma soprattutto dimostra, sublimando spesso un linguaggio di volgarità assoluta, di esser più vicino di quanto si creda al cosiddetto borghesissimo buon senso: «Devi darti da fare se in tasca non hai niente/ se non sai fare i conti bloccano il conto corrente/ se prendi ma non spendi investirai sicuramente/ ma se spendi più di quello che prendi ritorni a niente» (da Controcultura). In poche parole un disco, volendo, equivocabile ma nettamente superiore a quasi tutto l’hip hop italiano, sempre più rancoroso (e fin qui passi) e però sempre più sterile, noiosamente attorcigliato sull’autocommiserazione ribelle e distantissima dalla realtà vera.