Ecco le facce del mostro tradito dai tic

Lo psichiatra Raffaele Morelli è lì, davanti al videoregistratore. Fa scorrere le immagini: va avanti, torna indietro. È la moviola dell’orrore. Il protagonista è sempre lui: Michele Misseri. Tante facce per lo stesso uomo; uno Zelig della crudeltà che si trasforma con la rapidità di una maledizione. Il professor Morelli ha l’occhio clinico, riesce a cogliere ciò che sfugge al profano. «L’assassino di Sara recita più parti - spiega Morelli al Giornale -. Basta osservarlo attentamente per capire che ogni suo gesto è funzionale a un preciso obiettivo “scenografico“». Gli esempi. «Passando ai raggi X le interviste di Misseri, si nota bene che il suo ventaglio espressivo risponde a un preciso canovaccio - sottolinea Morelli -. Si parte da un’espressione algida del viso per arrivare alle lacrime, con le mani che vanno a coprire il volto. In mezzo a questi due estremi psicosomatici, una gamma di tic e ammiccamenti rilevatori di un conflitto interiore difficilmente controllabile». E infatti - pur rimanendo fedele a un copione collaudato - Misseri perde spesso il controllo della situazione.
«Quando l’uomo viene incalzato dai giornalisti con domande che rischiano di smascherarne le contraddizioni, individua subito delle “vie di fuga“ - racconta lo psichiatra -. Quel suo continuo piagnucolare è l’arma tipica di chi tenta di uscire dall’angolo delle difficoltà. Poi, quando l’ostacolo viene superato, eccolo ritornare freddo, analitico, prodigo di dettagli».
«A tradirlo - rivela Morelli - è però la rapidità con cui passa dalla freddezza alla commozione e viceversa. Passaggi subitanei che dimostrano, in maniera lampante, che quel suo dolore ostentato non è un sentimento sincero, ma una recita, figlia del suo delirio narcisistico».
Guai a prestare fede alla «tenerezza» di quegli occhi azzurri illanguiditi dalle lacrime, è una maschera: «In realtà, nel privato della famiglia, quegli occhi non sono mai così. Diventano dolci unicamente quando le telecamere si accendono e microfoni lo rincorrono». Ma appena il set viene smontato, «zi’ Michele» torna ad essere quello autentico: «Un violento, un predatore, un pedofilo». Sì, un pedofilo.
Anche su questo punto, Morelli offre una spiegazione: «L’abuso sessuale sul corpo di Sara dopo che era morta, è spiegabile in una logica di impotenza latente: esattamente come i pedofili (che hanno il terrore di fare sesso con un adulto per paura di essere inadeguati), anche Michele Misseri si appropria carnalmente della nipote solo quando lei non è più in grado di giudicarlo. Il parallelo è evidente: i pedofili prendono i bambini perché sanno di poterli dominare, Misseri prende il corpo senza vita di Sara per dimostrare a se stesso e al mondo che lui non è un impotente».
Le prove dell’ossessione nera dello zio-mostro sono nascoste tutte lì, nelle immagini televisive. «E in quelle sequenze non c’è traccia di pentimento: non è vero che Misseri ha finto di trovare il cellulare bruciato perché voleva inconsciamente essere scoperto; è vero esattamente il contrario: voleva farla franca e allontanare il più possibile i sospetti da lui». Nel cliché basico delle sue risposte, appare infatti anche un espressione in cui l’uomo guarda fisso la telecamera: «In quel momento è come se volesse dire “ho la situazione sotto controllo“, “sono io a guidare il gioco“. Sono i momenti in cui Misseri fa l’istrione, conduce gli inquirenti nei campi, fa entrare i cronisti nel garage, offre una serie infinita di dettagli per indicare “la pista giusta“ agli investigatori».
Ma basta poco per ribaltare l’equilibrio psicologico: una contraddizione e lui è in crisi. «Allora, ecco venire in soccorso le lacrime, le mani che coprono la faccia. Insomma, il finto dolore...».
Infine la frase che compendia l’intero dramma: «Solo io posso ritrovare Sara...». Morta.