Ecco il fascino e l’emozione di un amore bello e proibito

Cinguettio di uccelli sotto il pergolato di uno splendido giardino inglese, in uno di quei rari pomeriggi di sole quando si passeggia volentieri dopo aver sorseggiato il tè. Atmosfera pacata che suggerisce il verde e la luce, un leggìo a destra e l’altro a sinistra, un pianoforte, una poltroncina dietro un sottilissimo telo bianco. Qui tornano a vivere le parole di Virginia Woolf e Vita Sackville-West, testimoni scritte del loro amore raccontato in un lungo carteggio e nei diari riempiti nelle giornate di distacco. Due donne e un legame sublime, fatto di sensi e di seduzione intellettuale, di tenerezza e stima, di ammirazione sconfinata.
Questo «amore femmina», nato nella Londra dei primi del Novecento, è portato in scena da Elda Olivieri che ha curato drammaturgia e regia di Vita Virginia, facendo un ottimo lavoro di setaccio, adattando al teatro le lettere della Woolf e della Sackville-West, scegliendo con sapienza e riuscendo a narrare con compiutezza la storia di queste anime amanti, portando lo spettatore a seguire vertigini, ebbrezza e abisso di questa relazione in tutta la sua potenza e delicatezza. Sul palco del milanese del Teatro Verdi (fino a domenica), la Olivieri incarna Virginia e al suo fianco, a dare voce a Vita, c’è Adele Pellegatta. Dallo sconcerto del primo incontro tra queste donne della «Londra bene», tanto diverse nei modi, fino al desiderio e poi ancora al dubbio, il rapporto c’è intero insieme al travaglio di Virginia che la porta a scrivere il suo Orlando dedicato a Vita. «Ora che ne esco, tu chi sei in realtà? Ti ho inventata io?», scrive la Woolf alla Sackeville dopo la stesura del romanzo, dopo aver creato Orlando, dopo averla plasmata in qualche modo.
Ad assecondare le loro emozioni rese perfettamente, ci sono il piano di Claudia Mariano con le note di Ludovico Einaudi, Francesco Paolo Tosti e sul finale Beethoven e la voce di Martina Belli (che si alterna con Rachel O’Brien), mezzo soprano di sicura presenza scenica. L’enfasi iniziale di Elda Olivieri si stempera a poco a poco nel contatto con Adele Pellegatta, nell’avanzare ritmato della storia interiore, sottolineata dalla scena di Marco Muzzolon, dalle sensuali visioni delle femmine di Gustave Klimt, dai volti di Vita e Virginia che appaiono sulla tela chiara, profili decisi da cui traspare la forza di una e la fragilità dell’altra. Passaggi delicatissimi nel loro rapporto epistolare, bellezza irraggiungibile, smarrimento sentito da Virginia quando rivede l’amata Vita dopo tempo, simile alla disillusione, al trovarsi improvviso davanti alla realtà del corpo, così vera e fino allora solo immaginata. Elda e Adele escono di scena, i corpi se ne vanno ma le parole che dicono questo amore continuano a sovrapporsi, le voci restano a riempire il buio, aspettano un poco, non possono spegnersi subito e andare via.