«Ecco come il federalismo può decollare a costo zero»

Bordignon, docente di Scienze delle finanze: regioni più autonome sul fisco

Antonio Belotti

Il day after della riforma federalista (anche se bisognerebbe in realtà chiamarla regionalista) impone di mettere mano alla calcolatrice. Una scuola di pensiero agguerrita dice che questa riforma costerà un occhio della testa alle finanze dello Stato: addirittura una settantina di miliardi. L'allarme risulterebbe rafforzato dalle polemiche ancora in corso sulla finanza regionale e sugli sprechi. Lo Stato, si osserva, dovrà versare altri quattrini a centri di spesa sottratti al suo controllo poco propensi a farne buon uso. Da qui la conclusione sbandierata dalla sinistra: approfittiamo del referendum confermativo per sbaraccare tutto.
L'incendio appiccato dagli ideologi unionisti minaccia di estendersi ma va prestata attenzione a qualche canadair in grado di spegnere le fiamme, se non altro perché di stanza in aeroporti non controllati dalla Casa delle libertà.
«In termini di attribuzione di risorse tra diversi livelli di governo - spiega Massimo Bordignon, docente di scienza delle finanze all'Università cattolica e firma autorevole de La Voce.info - nessuno sa veramente cosa significa il fatto che una funzione è a legislazione concorrente tra Stato e Regioni oppure che è una funzione esclusiva delle Regioni. Affermare che la spesa da delegare alle Regioni a seguito del decentramento costituzionale è di X milioni di euro non significa affatto dire che la spesa delle amministrazioni pubbliche complessive aumenterebbe di X milioni di euro a seguito del decentramento».
Teoricamente, spiega Bordignon, il decentramento comporta costo zero, dato che con la funzione si trasferisce il relativo costo di esercizio. In realtà non è così, spiega ancora il professore, dato che delegare una funzione significa spostare personale con costi di trasferimento e rischi di moltiplicazione della burocrazia, con il subentro pure di regimi contrattuali diversi (i dipendenti regionali costano di solito più degli statali), ma «assumere che tutta la spesa decentrata rappresenterebbe un aggravio di pari ammontare sulla finanza pubblica è una chiara assurdità».
In ogni caso, secondo Bordignon, il problema vero è dato dalla necessità di costruire un sistema fiscale efficiente che consenta a tutti gli enti locali di sostenere la nuova spesa evitando una estesa irresponsabilità finanziaria. L'impegno in questa direzione è essenziale dal momento che gli enti territoriali sono già responsabili del 28 per cento della spesa pubblica, tanto più che il progressivo trasferimento di competenze dal centro alla periferia non ha potuto beneficiare di un adeguamento della relativa legislazione. Anzi, gli ultimi governi di centrodestra hanno addirittura ridotto gli spazi di autonomia tributaria.
E in proposito non è di poco significato la recente sentenza della Corte costituzionale che ha definito illegittimo il tetto di spesa imposto dalla Finanziaria 2004 agli enti locali, ottimo nelle intenzioni ma sbagliato nel metodo. Non è la spesa che va bloccata ma il disavanzo. Se un Comune spende molto ma incassa anche molto, perché mai gli deve essere impedito di utilizzare le risorse in più che è stato capace di raccogliere? A che serve che gli amministratori si diano da fare perché tutti i cittadini paghino le tasse se poi i quattrini racimolati debbono restare in banca?
Un altro serio problema da risolvere è quello della contrattazione collettiva: quella del personale pubblico locale va sganciata dalla contrattazione nazionale; gli enti locali insomma debbono poter correlare le retribuzioni dei loro dipendenti alle disponibilità dei loro bilanci. Il governo - osserva ancora Bordignon - si appresta ad affrontare il rinnovo del contratto dei medici ospedalieri senza coinvolgere le Regioni, le quali però dovranno sopportarne gli oneri.
«Non si può continuare a dichiararsi federalisti a parole - conclude Bordignon - e nello stesso tempo andare nella direzione opposta eliminando gli spazi di autonomia sui tributi e sull'organizzazione dei servizi che le Regioni avevano conquistato alla fine della passata legislatura».
È ragionevole insomma ritenere che una maggiore autonomia finanziaria di Regioni ed enti locali contribuisca a responsabilizzarne le spese.
(1 - continua)