Ecco il film che smonta il mito della «Banda Baader-Meinhof»

Sui titoli d’apertura la voce rauca di Janis Joplin intona la celebre Mercedes Benz. E ci sta. Ma che c’entra Blowin’ in the Wind di Bob Dylan su quelli di coda, dopo che abbiamo appena visto cadere in terra, giustiziato nel bosco con tre colpi di pistola, Hanns-Martin Schleyer, il presidente della Confindustria tedesca rapito il 17 ottobre 1977 dalla seconda generazione della Rote Armee Fraktion? Non v’è dubbio che La banda Baader-Meinhof di Uli Edel sarà, il 24 ottobre, uno degli eventi caldi del Festival di Roma. Perché il terrorismo è un passato che non passa mai: continua a riempire le pagine dei giornali (basterebbe pensare alla recente polemica sui finanziamenti pubblici al film tratto da Miccia corta di Sergio Segio, ex comandante Sirio di Prima Linea) e soprattutto a ferire la memoria di chi ha visto perire, di piombo rosso o nero, un padre, un fratello, una sorella.
Succede anche in Germania, dove il kolossal è uscito il 25 settembre con esiti commerciali deludenti, nonostante l’enorme battage orchestrato dal produttore Bernhard Eichinger, titolare della potente Constantin Film. Ma nel suo caso, se non altro, i soldi sono privati o frutto di coproduzioni. Il Berliner Zeitung, nello scrivere che «la smitizzazione del mito si è risolta in una bolla di sapone», è andato giù pesante, titolando «Flop su tutta la linea». In realtà 339 mila spettatori nel primo week-end non sono da buttar via, ma certo chi s’aspettava l’assalto ai botteghini è rimasto deluso. Con l’insuccesso sono arrivate anche le proteste dei parenti delle vittime, la più clamorosa delle quali riguarda la vedova del banchiere Jürgen Ponto, ucciso a sangue freddo: offesa e sdegnata per la ricostruzione filmica, la signora ha addirittura restituito al presidente della Repubblica, Horst Köhler, la Croce al merito della Repubblica federale di Germania.
«Smitizzazione del mito», s’è detto. In effetti, allontanandosi dalle atmosfere più dense di Germania in autunno o Anni di piombo, il film di Edel si propone come una cavalcata tumultuosa nei dieci anni, dal 1967 al 1977, che videro nascere, esplodere e flettere il fenomeno brigatista della Raf. Sarà curioso confrontarlo, sempre a Roma, con Schattenwelt di Connie Walther, che racconta il ritorno a casa, dopo vent’anni di carcere, di un ex affiliato. Anche se La banda Baader-Meinhof non sembra interessato a scandagliare le psicologie e riflettere sulla terribile stagione: preferisce mettere in scena, con piglio adrenalinico e spettacolare, quasi da Romanzo criminale, le gesta sempre più azzardate di quei banditi tutt’altro che «buoni». Giubbotti di pelle, parrucche e mitragliette in quantità, sparano come forsennati, rapinano banche per rifornirsi di marchi, poi passano alle bombe per colpire le basi americane e la sede dell’odiato gruppo editoriale Springer. Gasati, farneticanti, incolti, spesso ridicoli. Vedere per credere la scena ambientata in Giordania, presso un campo di addestramento: tra un tiro al bersaglio e uno strisciare sotto il filo spinato, prendono il sole nudi, specie le donne, sollecitando la morbosa curiosità dei palestinesi. Del resto, «scopare e sparare sono la stessa cosa», teorizza Andreas Baader (Moritz Bleibtreu), il leader feroce e nevrotico della Fraktion, per nulla geloso che la fidanzata Gudrun, lesta di pistola pure lei, faccia il bagno nella vasca con un adepto appena uscito di prigione. Mentre Ulrike Meinhof (Martina Gedeck), l’anima «intellettuale» della banda, la giornalista che imbraccia le armi per protestare contro la guerra in Vietnam, appare tormentata, debole: piangerà pure quando l’arrestano. Naturalmente, il film, ingenuo ma non filo-terrorista, la prende alla lontana. Si parte tra i nudisti della spiaggia di Sylt, dove la Meinhof, madre di due figlie, gela con lo sguardo il marito farfallone, per proseguire con la visita a Berlino dello scià di Persia e conseguente bastonatura degli studenti ad opera della polizia, l’attentato al leader studentesco Rudi Dutschke, la fuga a Roma dove Baader inveisce contro il ladro che gli ruba la Mercedes a sua volta rubata.
Di nuovo, si direbbe, c’è che il film non avalla la teoria del «suicidio» di Stato nel carcere di Stammheim, fonte di innumerevoli sospetti e campagne d’opinione. Al contrario, partendo dalle sprezzanti parole delle nuove leve, sembra quasi dirci quanto fosse usurpata la «leggenda» della banda Baader-Meinhof.