Ecco le follie degli scrittori pronti a tutto per il successo

Vivere rinchiusi in un box, anfetamine, furti di inediti, ricatti e rapimenti. Un romanzo racconta (esagerando ma non troppo) i vizi dell'editoria. Un autore finito mette in atto un grottesco complotto per "scippare" l'opera di un esordiente...

La pagina bianca è un incubo. Il foglio vuoto guarda lo scrittore con occhi cattivi. Anche il talento degli altri è spesso, per chi scrive, soprattutto se giornalista con estri letterari, una feroce offesa personale.

Perché, diciamolo, chiunque batta sui tasti di un computer in un giornale o in una casa editrice sogna, almeno una volta, di sfornare un capolavoro. Non un articolo, non un libro di genere, non un editing ben fatto alla prosa di qualcun altro: un capolavoro. Una manciata di pagine assolute che ti tiri fuori dai sorrisi finti dei salotti letterari, dalla questua delle buone recensioni, dalla banalità quotidiana del travet della cultura (quella senza la C maiuscola), dalle trame ritrite dei noir che si debbono scrivere perché è l’unico genere che vende.

E quello che abbiamo ammucchiato sin qui, in poche righe e senza troppo talento, è abbastanza per spedire molti dall’analista (e per far sì che la critica annunci un capolavoro al mese al solo scopo di impallinare l’autore del medesimo a un anno di distanza). E anche quando si sfugge all’analista il meccanismo dell’ego che si vuol trasformare in pagina è abbastanza forte da creare salottini intellettuali, autori tronfi delle loro 6mila copie ottenute con cinque promettenti romanzi, giallisti complessati che odiano il loro successo, critici che stroncano tutto ed editor frustrati che cestinano manoscritti senza guardarli (senza mai rispondere nemmeno «crepa» a chi glieli ha mandati).

Bene, questo piccolo mondo ossessivo-compulsivo dell’editoria raramente finisce dentro i romanzi. E se ci finisce non succede mai che venga raccontato con il gusto del grottesco e l’ironia adeguata per trasformare in farsa ciò che è per certi versi un vero dramma umano (tanto per dire, costò la vita a Guido Morselli). A metterlo nero su bianco, giocando con tutti i cliché disponibili e non rinunciando a nessun fuoco d’artificio lessicale ci hanno però pensato Alex Penzo e Giovanni Bognetti. Dietro una copertina, con un uomo imbavagliato da una benda fucsia molto glamour, e sotto il titolo Negare l’evidenza (Sironi, pagg. 312, euro 16) hanno messo in farsa tutto l’armamentario della follia che regna nel microcosmo autoreferenziale e ombelicale, di scrittori giornalisti ed editor.

Lasciando stare la trama che genialmente scimmiotta il noir - in Italia se non esordisci con un giallo molto spesso non esordisci, e quindi già in questo i due autori esordienti sfondano il confine della carta per passare a una sorta di Living Theatre - vediamo di elencare gli ingredienti umani con cui il libro cucina la discesa nel maelstrom editoriale. In primis c’è Franco Uccello, scrittore di giallacci che vive barricato nel suo garage, ha una collezione di pistole finte che sparano pallini di plastica ed è così strafatto di droghe anfetaminiche da scambiare le sue figlie per zingarelle accattone. L’unico scopo rimasto a Uccello è quello di procurarsi un romanzo vero. A costo di rubarlo a qualcun altro. A costo di qualsiasi cosa. In secundis c’è Gianni Ravà, giornalista di nera depresso che è diventato editor di gialli raccontando scempiaggini su come si fa a scoprire nuovi geniali autori. Poi ci sono tutti gli altri: mogli che lavorano nell’editoria e stroncano i romanzi del marito, editori americani che si fanno venire l’infarto nel momento sbagliato, giovani scrittori paraplegici e ingenui (ma non buoni) a cui scippare il manoscritto della vita, critici molesti e bestselleristi di cui essere gelosi marci.

Alla fine il risultato sarà una gran paranoia, un’infinità di tradimenti incrociati sull’orlo di quello che nessun bestseller può colmare: il vuoto tra una parola e l’altra. Quel vuoto dove a volte c’è il genio e a volte nulla.

Così al di là del finale ciò che colpisce sono le perle di umoristica realtà sparse per il volume. Quelle in cui gli operatori culturali meno tronfi riconosceranno le proprie ossessioni, le proprie fobie, le proprie frasi vuote: «Il nuovo attesissimo bestseller... Come poteva essere un bestseller se ancora doveva uscire?»; «la costipazione creativa che mi affliggeva»; «sparatoria all’inferno, un’actio psico-noir ambientata ad Hollywood»; «Leggo spesso i tuoi articoli e trovo che tu abbia un talento naturale per i drammi di superficie»; «il foglio nella macchina da scrivere non lo metteva neanche più. Restava a fissare la vecchia Olivetti come fosse uno sconcertante scarabeo gigante... »; «il ragazzo ha soltanto quello... togligli la scrittura e cosa resta?».

Ancora: «La cruda verità è che scrivevo... di cose che non avevo mai vissuto... ero un falso scrittore ed ero senza speranza»; «lo sai anche tu che è spazzatura... Ma se quello è abbastanza pazzo da farti firmare un contratto... », oppure: «L’anfetamina aveva fatto di Franco una macchina da scrivere umana»; «grazie alle mie illuminanti intuizioni sono state pubblicate parecchie cose, soprattutto cose che definisco “soap noir”».

Ma soprattutto a evidenziare il vero filo di follia da successo che ognuno di noi ha visto in qualche autore spiritato e in qualche collega (ma che potremmo-dovremmo anche vedere in noi stessi) è la frase fatale che fa da motore immobile a tutto il romanzo: «Non ha capito. Deve far pubblicare un libro a mio nome: un buon libro». Perché un libro rubato è comunque un libro e un palco dove stringere mani vale qualunque cosa.

E magari la letteratura sarà pure qualcosa di diverso. Però chiudendo il libro del duo Penzo-Bognetti chiunque abbia frequentato la compagnia di giro editoriale, qualche serata danzante con critici e qualche aperitivo con autore un brivido residuo lo prova. Perché sarà anche vero quanto ha dichiarato al Guardian il grande scrittore irlandese Colm Toibin, cioè che si scrive per soldi e senza divertirsi, ma la verità è che prima di tutto si scrive per avere successo e vedersi lì, sulla copertina e sulla pagina. E questa è ossessione! Infatti sulle stesse pagine del Guardian, rivelando le loro idiosincrasie per la scrittura altri autori noti come Joyce Carol Oates hanno replicato che non è questione di denaro. La Oates ha risposto «È la sola cosa che so fare». E John Banville che è «una sottile angoscia... Come mangiare cenere in cui ogni tanto si trova un diamante che rischia di romperti un dente».

Quindi, visto che Negare l’evidenza coglie nel segno e mi è piaciuto, bisognerà almeno che aggiunga in coda al pezzo che è un esordio e che quindi mostra qualche «problema di dentizione». Che gli autori sono per certi versi «acerbi», e non hanno ancora «la misura stilistica necessaria». Ora sì che posso presentarmi a qualunque aperitivo a testa alta con la segreta convinzione che il romanzo io l’avrei scritto meglio.