Ecco la giustizia islamica in Iran: 80 frustate perché beve alcolici

Un tribunale condanna un venticinquenne alla fustigazione sulla pubblica piazza. L’uomo era colpevole anche di rapporti extraconiugali

Teheran - L’istantanea è di quelle da mozzare il fiato. L’hanno tirato giù da un furgone e disteso su un tavolino metallico. Ora due guardie gli tengono gambe e braccia. Lui urla, si dimena, rotea la testa, cerca uno sguardo impietosito. La frusta gli morde la schiena, gli ricaccia in gola il grido di dolore, gli asciuga il fiato, gli irradia la vampata che infiamma l’addome, risale al cervello. Saeed Ghanbari avrà fatto sesso con troppe donnine, come dicono i giudici, si sarà anche ubriacato di birra e vodka, come ha sentenziato una Corte rivoluzionaria, ma sotto i colpi di quelle ottanta frustate sta maledicendo i propri peccati. Tutt’intorno preme e strepita la folla assatanata. Le teste si sporgono, i corpi si contorcono, i telefonini si allungano come mostruose braccia occhiute di un’immensa dea Khalì.
Siamo a Qavzin, 160 chilometri a ovest di Teheran, e in piazza è spettacolo grande. Saeed Ghanbari non lo fustigano nel silenzio nella galera. Non lo riducono a carne martoriata nel retro di un commissariato. Stavolta è tutto pubblico. Stavolta tutti possono vedere che cosa capita ai peccatori, agli amanti di vizio e immoralità. Capita di rado, ma per gli amanti del genere è l’occasione buona.

La grande campagna è iniziata da un mese. A Teheran hanno ripulito le strade dalle ragazze troppo svestite, hanno arrestato i ragazzini sorpresi a sballare con musica e birra, e, appena fuoriporta, hanno sbattuto in gattabuia i partecipanti a un perverso ritrovo musicale clandestino. A Qavzin si mette alla gogna il donnaiolo ubriacone, lo si riduce a bresaola escoriata, lo si regala all’impudica eccitazione della folla. La legge islamica lo prescrive, il tribunale l’ha ordinato, il governo lo gradisce. Dunque bando alle inutili pruderie del passato. Basta con le preoccupazioni di chi anche all’interno del regime non vuole turbare l’opinione pubblica internazionale. Se questa è la legge e se bisogna dare l’esempio, meglio farlo in pubblico. È già successo con le impiccagioni, ora via con le frustate.

Qualche anno fa a Teheran ci si illudeva che le fustigazioni fossero solo simboliche, che il nerbo di bue scendesse a divorare pelle e muscoli solo le prime dieci volte, che dopo quella prima spazzolata la pena diventasse simbolica. I tempi devono essere cambiati. A Qavzin di simbolico non c’è proprio nulla. La schiena martoriata di Saeed tra quello sleep nero e quella maglietta arrotolata sulle spalle sembra un roastbeef a mezza cottura. E non è finita. I due aguzzini in passamontagna la prendono troppo sul serio. Quello a cui spetta il colpo ha inarcato la schiena regalando al nerbo di bue il massimo arco possibile, e ora lo sta calando con tutta la rabbia possibile sulla groppa scorticata.

Chissà cosa urla Saeed. Forse chiede pietà. Forse si dichiara innocente. Forse strilla con tutta la forza per spegnere quel dolore che gli divora i nervi e gli incendia il cervello. Di certo nessuno lo ascolta. Gli occhi della folla smaniosa sono tutti per il sangue, tutti per la frusta, tutti per i passamontagna e per la loro crudele determinazione. Potrebbe andare così, anzi molto peggio di così, anche a Pegah Emambakhsh, la quarantenne lesbica iraniana che rischia la lapidazione se Londra non le concederà l’asilo politico. Scappata a Londra nel 2005, dopo la condanna a morte per lapidazione della sua partner, Pegah non è riuscita a convincere le autorità inglesi del suo stato di pericolo ed è stata condannata alla deportazione. La burocrazia inglese aveva già fissato il suo rientro per ieri. L’ondata di proteste sollevatasi in tutto il mondo ha costretto gli zelanti ufficiali britannici - pronti in altre occasioni a concedere permessi di asilo a pericolosi integralisti -, a rinviare la partenza al 28 agosto. Ma già entro domani si spera in una revisione della sentenza capace di risparmiare a Pegah Emambakhsh l’orrore di una condanna alla lapidazione.