Ecco come il governo ha espropriato le Camere

da Roma

Solo volatili da cortile e molluschi lamellibranchi? Con il governo Prodi si è veramente tornati ai tempi di Bettino Craxi che accusava le Camere di occuparsi per lo più della fauna? La risposta è negativa perché solo 38 leggi approvate in un anno solare non giustificano nessuna presa di posizione. Né pro governo né pro Parlamento. Tanto il potere legislativo quanto l’esecutivo hanno qualcosa da rimproverarsi nonostante la querelle Prodi-Bertinotti.
La litigiosità e la frammentazione del quadro politico rappresentano un dato di fatto. Il presidente della Camera, dicendo che «il dibattito parlamentare è il sale della democrazia», non fa che dare fuoco alla miscela esplosiva.
Per quanto riguarda il governo, il discorso è più complicato. Considerato che 33 leggi sulle 38 emanate nell’ultimo anno sono di iniziativa dei ministri, la principale responsabilità va ricercata a Palazzo Chigi. È sufficiente concentrarsi sulle «lenzuolate» del ministro Bersani per accorgersi che nel sistema c’è qualcosa che non va. E si può benissimo partire dall’ultimo provvedimento del titolare dello Sviluppo economico per vedere che i mezzi (la produzione normativa) sono spropositati rispetto ai fini (liberalizzazione e apertura del mercato).
Il disegno di legge che andrà in Aula il prossimo 29 maggio si compone di ben 39 articoli che constano di 143 commi. Ma non si tratta solo di taglio delle commissioni di massimo scoperto sui conti correnti, portabilità delle targhe auto, eccetera. La maggioranza, nel corso dei lavori parlamentari, ha trovato anche il tempo per approvare un emendamento che amplia i poteri dell’Authority tlc fino a imporre la separazione della rete fissa a Telecom Italia. E sempre nel ddl c’è una bella delega al governo per estendere l’uso dei sistemi di pagamento elettronico nella pubblica amministrazione e per facilitare la tracciabilità bancaria dei cittadini.
Questi metodi non si discostano da quelli utilizzati nel primo decreto Bersani della scorsa estate. Oltre 300 commi che trattavano di tutto lo scibile, dalla finta liberalizzazione dei taxi fino ai tagli dei fondi ai ministeri passando per le prime strette fiscali del viceministro Visco. Di tutto e di più. Identica prassi per il Bersani-bis convertito in legge ad aprile: non solo abolizione dei costi di ricarica delle schede dei telefonini, ma anche la revoca degli affidamenti della Tav e la riforma della scuola secondaria. Quest’ultimo è un argomento che c’entra poco con il mercato, ma il ministro Fioroni evidentemente ha voluto accelerare i tempi.
Ogni legge di matrice governativa ha un surplus di normazione. Pure la conversione del dl Amato/Melandri per contrastare la violenza negli stadi (applicando rigidamente la legge Pisanu; ndr) è diventata l’occasione per ridefinire i criteri di nomina del cda dell’Istituto per il credito sportivo, appena cambiati dalla Finanziaria. Proprio la Finanziaria, con i suoi 1.364 commi è il polpettone per eccellenza della legislazione prodiana: non solo tasse ma anche nomine pubbliche come all’Invalsi (istituto per la valutazione del sistema educativo).
Il richiamo del presidente della Repubblica Napolitano è molto più che pertinente considerato che il governo, de facto, ha avocato a sé una funzione che spetta alle Camere. E come se non bastasse ha utilizzato lo strumento della legge ordinaria, gerarchicamente superiore, per regolare rapporti di diritto privato come le nomine pubbliche o la soppressione di enti. Ma affidando tali decisioni all’iter consuetudinario si sarebbe scatenata la solita baraonda tra moderati e sinistra radicale. Anche per questo motivo si pensa a una modifica dei regolamenti parlamentari che si possono cambiare a maggioranza assoluta. Ma Forza Italia è già sulla difensiva. «Non si alterano le regole del gioco mentre la partita è in corso», ha detto il vicecoordinatore Cicchitto. «Se vogliono fare un blitz, lo impediremo», ha aggiunto il capogruppo al Senato Schifani.