Ecco la grande novità di Fassino: il nuovo partito si chiamerà Ulivo

Nel gelo della base il leader della Quercia, intervistato da Mieli, si autoassolve su Unipol: «La nostra colpa? Aver espresso delle opinioni»

Stefano Filippi

nostro inviato a Bologna

Il Palacongressi è una tomba mentre Piero Fassino espone la sua verità sul caso Unipol. Silenzio assoluto, nessun applauso interrompe i passaggi chiave. «Non ho il mito dell'infallibilità, possiamo aver commesso errori». «La nostra sola colpa è aver espresso opinioni». «Abbiamo fatto un'autocritica che ci è stata riconosciuta solo da chi ha scatenato contro di noi un'inaccettabile opera di denigrazione, ma il progetto industriale di Unipol su Bnl era valido». «Le coop hanno il diritto di fare le Opa e comprare banche come chiunque altro». Silenzio e imbarazzo, i duemila militanti diessini di Bologna assiepati per due ore dietro via Stalingrado, a due passi dalla sede Unipol, vogliono apprendere il verbo ufficiale del loro segretario nazionale. Si scaldano soltanto quando Fassino se la prende con Silvio Berlusconi: «Lasciamolo solo nel suo delirio. È uno che si è tuffato in una piscina senz'acqua». Per il resto, pochi battimani di circostanza.
Doveva essere la serata della pace con Paolo Mieli e il Corriere della Sera. Un duetto senza rete, faccia a faccia tra un direttore che con forza nei mesi scorsi ha cercato di stanare i Ds e il leader di un partito che ora ammette solo di aver «sottovalutato» lo scandalo finanziario che ha gli assicuratori delle coop rosse tra i protagonisti. Mieli non ha risparmiato le domande (tranne forse una: un commento su Rutelli e lo sventato pericolo della finanza rossa), ma Fassino ha lesinato nelle risposte: «Non abbiamo visto in tempo gli eventi su cui indaga ora la magistratura».
Mieli chiede ragione dello «strabismo»: «La vostra insensibilità è dovuta alla contiguità storica con il movimento delle coop». Cioè al comune retroterra comunista. Fassino nega: «Non l'abbiamo fatto apposta, non c'era dolo. Il progetto industriale di Unipol era valido nonostante singoli comportamenti estranei ai nostri valori. La Ras e le Generali hanno aperto banche, istituti come SanPaolo-Imi e Montepaschi fanno la bancassicurazione. Può essere proprietario di banche chi costruisce case, telefoni, automobili, borse e scarpe di lusso... Tutto legittimo, e chi fa assicurazioni? Noi abbiamo difeso il diritto delle coop a non essere discriminati. Le cooperative hanno un ruolo di primo piano nell'economia italiana, senza di loro la grande distribuzione alimentare sarebbe in mano agli stranieri».
Insiste Mieli: ma che c'entra Ricucci con le coop? Fassino nicchia. Difende il passato dei Ds ma allo stesso tempo ne prende le distanze. «Non chiamateci più post-comunisti», esclama quando il direttore del Corriere lo porta a parlare del partito democratico. Comunisti mai, e ora neppure post, benché il palacongressi sia tappezzato di manifesti con falce e martello. «Postcomunisti lo eravamo nel 1991 al momento della svolta. Dopo 15 anni un neonato è diventato adolescente, ha personalità e autonomia. E noi siamo divenuti la versione italiana della socialdemocrazia europea. Quando incontro Blair e Zapatero nessuno pone il problema se io sia post-comunista. Il passato è passato, a un certo momento bisogna mettere un punto». Mieli nota che i Ds sono l'unico partito socialista europeo con un gruppo dirigente ex comunista incapace di esprimere un proprio candidato premier, ma Fassino ribatte che metà dei 600mila iscritti alla Quercia ha preso la tessera dopo il '91. «Uomini del centrodestra come Pisanu, Cicchitto e Scajola da dove vengono?». E Bondi, incalza Mieli, che militò nel Pci? Fassino è sferzante: «Sotto un certo livello non scendo».
Sul futuro Partito democratico il leader ds è prudente. Intanto si chiamerà Ulivo, «il nome più presente nella coscienza del Paese». La scadenza del 2009 indicata da Chiti? «Fino ad allora non ci saranno appuntamenti elettorali di rilievo. Bisogna fare i passi giusti alla velocità giusta». Romano Prodi non viene mai nominato ma evocato sì: «I progetti politici solidi non si costruiscono con le dichiarazioni sui giornali. È esagerato parlare di “impasse”. Fu la Margherita, nel 2004, a premere per andare avanti divisi. E ricordiamo che senza le organizzazioni dei partiti le primarie non avrebbero tenuto».