Ecco i capisaldi della vera società libera

Torna «il manifesto dei conservatori», il primo grande libro filosofico-politico dello studioso mitteleuropeo

Ha quasi cinquant’anni, ma davvero non li dimostra. Pubblicato nel 1960 negli anni in cui il suo autore, Friedrich von Hayek, insegnava all’università di Chicago (non al dipartimento di economia, però, ma al «Committee on Social Thought», dove ebbe quali colleghi Hannah Arendt e Michael Polanyi), La società libera rappresenta il primo grande affresco filosofico-politico dello studioso mitteleuropeo. Volume di oltre 800 pagine che apparve per la prima volta in italiano nel 1969, questo testo fondamentale è stato ora pubblicato da Rubbettino in una nuova versione, interamente riveduta da Nicola Iannello e Lorenzo Infantino, pure autore di un’introduzione che ha il pregio di evidenziare la continuità tra i primi testi di teoria economica e i successivi sviluppi in ambito filosofico, giuridico e politico.
D’altra parte, anche se è noto primariamente quale esponente di punta della scuola austriaca dell’economia, Hayek ha attraversato varie discipline e in molte e differenti occasioni ha saputo dare significativi contributi intellettuali. Nel catalogo delle opere - che si apre negli anni Venti e si chiude alla fine degli anni Ottanta - troviamo così testi di psicologia, storia della cultura, filosofia del diritto, scienza politica. Se fino alla seconda guerra mondiale la produzione intellettuale dell’allievo di Mises era soprattutto nell’ambito della teoria economica, a partire dal 1944 (l’anno de La strada verso la servitù) lo spettro degli interessi si allarga a dismisura.
Le ragioni di questo cambio di prospettiva sono comprensibili. Un po’ come Vilfredo Pareto e altri grandi teorici che dall’economia finirono per approdare ad altri ambiti di ricerca, Hayek finì per avvertire che alcune delle questioni maggiori lo costringevano ad esaminare ambiti e discipline distanti dall’economia. Per di più, la catastrofe novecentesca lo stimolava a impegnarsi in una strenua difesa della civiltà liberale, la quale comportava sicuramente un ripensamento dei paradigmi teorici neoclassici, ma obbligava egualmente a muoversi in altre direzioni.
In particolare, La società libera testimonia quanto Hayek fosse consapevole che esistono almeno due liberalismi, assai differenti tra loro. Un liberalismo (di taglio prevalentemente francese) è razionalistico e destinato a farsi illiberale, fino quasi a confondersi con il socialismo. L'altro liberalismo, invece, è tipicamente anglosassone ed è assai attento al ruolo delle tradizioni: in quanto muove dalla «povertà della ragione» e quindi è meglio in grado di individuare, al tempo stesso, i limiti delle scienze e quelli del potere. Non a caso, fin dal celebre articolo del 1945 sull’uso della conoscenza nella società, il principale argomento di Hayek contro il dirigismo è proprio di tipo epistemologico e può essere ricondotto all’idea che nessun pianificatore è in grado di raccogliere quella gran massa di informazioni locali, mutevoli e disperse che un ordine economico e sociale altamente decentrato, a partire dal mercato, sa riutilizzare al meglio. Come sottolinea Infantino, per Hayek il mercato «è soprattutto un sistema di mobilitazione di conoscenze che nessuno può possedere per intero o centralizzare».
Il programma politico di questo liberalismo è facilmente riassumibile in alcuni dei suoi punti qualificanti. Una società libera esige un ordine giuridico che non sia «catturato» dai gruppi di pressione, una moneta stabile e affidata a un organismo indipendente (ma in seguito Hayek stesso immaginerà una concorrenza tra valute), un’istruzione che permetta il più ampio pluralismo, anche grazie all’adozione dei buoni-scuola proposti da Milton Friedman.
Un tratto in parte conservatore è ravvisabile nei passaggi in cui Hayek si distacca dai libertari e anche dal liberalismo a tutto tondo di Mises. Quando egli afferma che al potere statale compete l’onere di aiutare i più deboli, è comunque chiaro che qui non abbiamo una forma attenuata di socialismo, quanto invece il persistere di quel conservatorismo tory che affida ai poteri pubblici il dovere di farsi carico dei ceti popolari.
Più stimolante è però ciò che scrive in merito ai sindacati, quando afferma che tali organizzazioni oggi si arrogano una rappresentanza indebita, mai espressa dai singoli lavoratori. Ogni uomo ha diritto di associarsi come vuole e anche di affidare ad altri il diritto di contrattare al proprio posto (come già fanno artisti o calciatori), ma nessun agente può sentirsi investito del diritto di trattare per gli altri in assenza di un’esplicita delega.
Quello di Hayek resta, quindi, su molti aspetti un liberalismo controcorrente, soprattutto nel suo opporsi al progressismo dei liberal. E ne La società libera è ravvisabile quasi un intero programma di governo che, su vari punti, merita ancora oggi di essere preso nella più seria considerazione.