Ecco i "Don Chisciotte" della precarietà

Due romanzi raccontano una generazione che malgrado la crisi, le
delusioni e i mutui da pagare non si arrende alle difficoltà. La sfida
non è solo quella di trovare un lavoro, ma anche un’identità

Un tempo, lontano, il successo passava tra salotti, redazioni di giornali e palazzi aristocratici. Talento e intraprendenza erano i biglietti da visita e chi ne disponeva inaugurava il proprio romanzo di formazione. La scalata sociale era un’arte di parvenu, provinciali inurbati, giovani di belle speranze. Eppure non era necessario essere d’Annunzio per farsi largo a colpi di gomito e avventure. «Volere è potere», si diceva nella Milano capitale morale di fine ’800, quando ogni avversità del destino pareva una bazzecola. Così è stato fino agli anni ’80 del Novecento, quando le università aperte a tutti sono diventate fabbriche di scalate sociali illusorie e sempre più difficili.

È quasi un luogo comune, ormai, rimarcare quanto sia dura e ardua la rincorsa alla fortuna dei giovani d’oggi. Molti di loro paiono crescere in un sottobosco fatto di risentimenti e utopie aggressive. La politica, con le sue fisime barricadere, contagia ormai pochi irriducibili e il malessere, quando c’è, viene vissuto come un sentimento individuale. Un vittimismo rabbioso, dunque, alimenta le carriere degli aspiranti arrampicatori, tra progetti velleitari e sconfitte immancabili. Ragazzi in affanno che vivono da disintegrati della società, cercando l’invenzione per uscire da una realtà impenetrabile che non li integra. Sono fuori dal gruppo, diversi dalla massa dei coetanei, ribelli anche a se stessi, alle prese con difficoltà più grandi di loro. Non si arrendono alla rassegnazione, ma le loro armi appaiono spuntate: sono aggressivi e al tempo stesso incapaci di lanciare fino in fondo il loro guanto di sfida alla società. Altro che eroi dai bicipiti scolpiti: alla fine il loro mondo è un sogno, sono donchisciotte perduti che cercano di fuggire sperando - prima o poi - in un grande futuro.

La nuova narrativa italiana, negli ultimi tempi, sembra dare prepotentemente voce e rappresentazione a questi moderni antieroi della precarietà, originali e un po’ sbandati, che si affannano alla ricerca di una svolta impossibile sulle note di Vasco Rossi e di un nostalgico Rino Gaetano. Due romanzi, in particolare, incarnano visceralmente al meglio le ansie, le paure, la cialtroneria e lo spirito di rivalsa che si cela in molti giovani. Sono ritratti generazionali, metaromanzi antropologici più che narrazioni ben ordinate, indagini psicologiche e di costume - condotte con una prosa dirompente - sulle inadeguatezze, le incomprensioni e le effimere speranze giovanili. Prima, Christian Frascella ha descritto le difficoltà, le paure e le sfide alla vita di un giovane negli anni Ottanta con Mia sorella è una foca monaca (Fazi, pagg. 290, euro 17,50). Ora è in libreria da pochi giorni Céline è fuori stanza di Maurizio Makovec (Coniglio Editore, pagg. 190 pagine, euro 13,50), che racconta le disavventure picaresche di Fernando, un personaggio buffo e instabile, a metà strada tra Henry Chinasky, l’ubriacone dissoluto dei romanzi di Charles Bukowski, e Arturo Bandini, lo scrittore vagabondo creato da John Fante.

Le somiglianze tra i protagonisti dei due recenti romanzi sono molte. Anche se il primo ha 17 anni ed il secondo una decina di più, tutti e due sono il simbolo e la rappresentazione di una nuova schiera di inadeguati che brancolano senza luci e ancoraggi sicuri: eppure sono ancora in grado di salvaguardare la purezza davanti agli scacchi continui che l’esistenza apparecchia loro. Neanche l’ideologia li soccorre: uno è un comunista un po’ anarchico e molto fanfarone, il secondo è una specie di sgangherato fascista immaginario, che coltiva miti improponibili e che si ritrova sbertucciato anche da quelli che dovrebbero essere i suoi sodali. A casa non va meglio: «Il Capo», il padre di Mia sorella è una foca monaca, è un burbero alcolista e la madre è scappata con un benzinaio che «le fa il pieno» letteralmente e metaforicamente; i genitori di Céline è fuori stanza non ne possono più di quel figlio che vorrebbero in Accademia e che ai loro occhi è uno scioperato senza né arte né parte: «Loro mi odiano» dichiara il protagonista.

Insomma, a dare credito alle nuove leve della letteratura, in Italia esisterebbe una specie di antropologia nuova. Frascella e Makovec raccontano storie senza elegia, documenti di un vissuto fragile e ambizioso al tempo stesso, con molto umorismo e altrettanto disincanto. Senza più spazio per pietismi d’accatto, la vita si presenta con le difficoltà di un ring dove «homo homini lupus», e dove ci si salva solo se non si rinuncia alla propria scorrettezza, ai propri anticonformismi. Per vincere, gli ingredienti principali sembrano il cinismo a profusione, il «sotto a chi tocca» e l’indifferenza all’essere diversi e incompresi. La maturazione passa attraverso umiliazioni e metaforici (numerosissimi) schiaffi in faccia, euforie e disillusioni, in attesa di trovare la strada giusta: sempre che, come accade nel libro di Makovec, la soluzione estrema non sia una grottesca fuga nell’illegalità.

La sfida, insomma, è trovare un’identità (problema psicologico quanto sociale): non solo un lavoro e un amore che vinca la solitudine, come accade nel libro di Frascella, ma anche una gratificazione di se stessi, un riconoscimento che ha il sapore della rivincita sugli altri, come avviene al protagonista del romanzo di Makovec. Il quale si è così calato nei panni dello scrittore maudit da sognare di emulare l’amato mito letterario, Céline, e di vederlo prima o poi rivivere nei trionfali resoconti della propria carriera letteraria, troncata invece in partenza da editori senza fegato e da una folla di critici benpensanti.

Sbuffando e annaspando, con qualche macchia e grande vitalità, rovescio dopo rovescio, questi outsider randagi e senza difese fanno sentire la loro voce. Sono creazioni letterarie, certo, eppure rappresentano anche una tipologia umana reale quanto difficile da etichettare. I due romanzi-documento dimostrano - con iperboli espressive e livore ruvido - che, nonostante tutto, il viaggio delle nuove generazioni è ancora lungo e che un futuro migliore è possibile, anche con mille imperfezioni. I giovani di casa nostra non sono solo bamboccioni, anche se l’indolenza è tentatrice come una lusinga: la certezza è che prima o poi, stringendo i denti, qualcosa accadrà o cambierà, magari per un imprevisto. E poco male che i loro comportamenti appaiano spesso sconclusionati, superbi e irrazionali. Così li giudicano gli adulti, con l’ossessione moralistica della testa sulle spalle. Ma, quando meno te lo aspetti, certe volte, è la ragione a avere torto.