Ecco come i giudici si scannano per le poltrone

Volano parole grosse tra magistrati per accaparrarsi il posto di presidente della sezione Lavoro del tribunale di Milano. Tra i protagonisti dello scontro, Paolo Car­­fì, il giudice del processo a Cesare Previti; il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati; il pubblico mini­stero Armando Spataro

È uno scontro tutto interno al mondo delle toghe di sinistra: casus belli , l’assegna­zione di una poltrona ambita da due magi­strati «progressisti»,ma diventata poi l’oc­casione per accu­se reciproche e mail al ca­lor bianco che investono il sistema di spar­tizione delle cariche nei tribunali italiani. Tra i protagonisti dello scontro, Paolo Car­­fì, il giudice del processo a Cesare Previti; il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati; il pubblico mini­stero Armando Spataro. Magistrati che ap­partengono tutti allo stesso schieramento, ma che in questo caso lasciano da parte la diplomazia di corrente e litigano pubblica­mente. Al centro della contesa è la poltrona di presidente della sezione Lavoro del tribu­nale civile di Milano, vacante da tempo. Si tratta di una funzione complessa, delicata, e anche di grande prestigio: è il tribunale del Lavoro più importante d’Italia, quello che da sempre dà la linea al resto del Paese. Quando il posto viene messo all’asta, al Consiglio superiore della magistratura ar­rivano sei candidature. In pole position, due nomi: uno è quello di Chiarina Sala, il giudice che da anni sta reggendo la sezio­ne rimasta senza capo; l’altro è Pietro Mar­tello, anche lui in passato giudice nello stes­so ufficio, ma ora distaccato al ministero della Giustizia, come vice capo diparti­mento. Il guaio è che entrambi fanno riferi­mento ad «Area», lo schieramento di cui fanno parte Magistratura democratica e il Movimento per la Giustizia, ovvero le cor­renti di sinistra delle toghe. Alla fine, per un solo voto, il Csm sceglie Martello. Ma a quel punto scoppia il fini­mondo. Sui gruppi di discussione delle to­ghe di sinistra iniziano piovere mail indi­gnate che contestano la nomina di Martel­lo, decisa dal Consiglio tenendo conto del­la sua esperienza di «manager»presso il mi­nistero. La polemica monta così tanto che alla fine Paolo Carfì, uno dei rappresentan­ti di «Area»nel Csm,interviene per difende­re la nomina di Martello, anche se spiega al­la fine di essersi astenuto a causa di «atteg­giamenti e comportamenti che mi hanno profondamente irritato». Il valore di Mar­tello, spiega Carfì, era testimoniato dai fa­scicoli personali e dai pareri dei vari organi­smi interpellati. Il giorno dopo, su Carfì interviene a gam­ba tesa Edmondo Bruti Liberati con una mail di appena tre righe: «Siamo tutti mag­giorenni e vaccinati e sappiamo leggere fa­scicoli e pareri. Tra i due non c’era storia e non ci poteva essere. Peccato che si sia per­sa un’occasione». Carfì la prende malissi­mo, il giorni stesso replica al procuratore della Repubblica di Milano, protestando per il fatto che «sia pervenuta da una fonte così autorevole una risposta pubblica così sgarbata»,«ne prendo atto e in futuro man­terrò il silenzio». Un altro consigliere di Area, Aniello Nappi, va giù ancora più pe­sante con Bruti, «cui quelle valutazioni non competono», «le decisioni del Csm so­no senza dubbio criticabili ma nel rispetto dei ruoli e senza l’arroganza di chi vuole avere l’esclusiva della verità.Ciascuno stia al suo posto. Sempre». A cercare di mettere pace interviene un veterano delle toghe di sinistra, Giovanni Tamburino. Ma a quel punto insorge Armando Spataro che accu­sa Tamburino di non avere criticato Bruti Liberati, «mi sarei aspettato da te anche una presa di posizione sulle parole che han­no dato causa alla giusta amarezza di Pao­lo Carfì, sono sorpreso dal tuo silenzio qua­si quanto dalle parole che hai preferito ignorare».Gli ribatte Tamburino:«Apprez­zo sempre meno coloro che pensano di possedere la verità. Li considero pericolo­si, specie quando sono magistrati». Volano gli stracci, insomma. Tanto che resta sullo sfondo la questione cruciale, cioè il meccanismo di spartizione delle pol­trone: ovvero, come scrive uno dei parteci­panti al dibattito, Vincenzo Amato: «La rei­terazione di logiche che richiamano sulla materia delle nomine l’appartenenza, il gruppo, il clan, la corrente».