Ecco i manifesti pubblicitari più pazzi del mondo

Cartelloni effetto-choc per catturare l’attenzione dei passanti. La
carta vincente è l’effetto tridimensionale: dal maxi pettine tra i fili
dell’alta tensione al ponte con l’effigie del portiere tedesco Kahn
proteso in volo

Già si ha paura dell’aereo, se poi, lungo l’autostrada che dal centro di Monaco di Baviera porta all’aeroporto ti ritrovi improvvisamente a passare sotto l’immagine, sessantacinque metri per diciotto!, di Oliver Kahn, il portiere bull dog bavarese, non proprio una bellezza, nell’atto di una parata che, come un arcobaleno, va da una carreggiata all’altra, allora ti verrebbe voglia di mettere la retromarcia e di filartela altrove, sputando insulti alla marca reclamizzata e a tutta la compagnia. Capita con gli effetti speciali della pubblicità, capita quando i cosiddetti creativi superano la realtà, organizzano la finzione, allestiscono un miraggio, i francesi che sono raffinati lo chiamano trompe-l’oeil, ed ecco che il messaggio viene recapitato, a volte scagliato, sulla faccia dell’utente desiderato. Questo è il mondo della comunicazione moderna, così vanno le cose tra quelli che si occupano del commercial, cervelli riuniti, neuroni in stato di assedio, menti fumanti, forse fumose.
C’era una volta la réclame, c’era una volta carosello, c’era una volta il cartellone del pupo con il borotalco, della bionda con il cono gelato, della mora in sella alla due ruote, Vespa o Lambretta, non è vero che tutto fa brodo o sono piccolo e nero. Roba vecchia, antiquariato, bric-à-brac, qui si scrive della nuova frontiera, tipo la diga sulla quale appare una bell’insegna del tampax, tanto per rendere l’idea dell’argine tosto all’eventuale tracimazione, oppure del pettinone che sta appeso sotto un lampione, in caso di vento ondeggia, potrebbe cascarti in testa, per i calvi sarebbe il contrappasso dantesco, per i rasta la vendetta dei suddetti. C’è il giovine baldanzoso che fa però una brutta fine, sembra aver fatto un frontale dietro un pullman, tenendo al guinzaglio pure due cani, una fantozzata clamorosa, una boiata pazzesca; c’è un bastimento, meglio una nave, sul fianco della quale compare la faccia furbastra di un uomo che tira su uno spaghetto ben al dente e sembra poi la fune di ormeggio della nave medesima o, ancora, il palazzo sul quale è stato versato un barattolo, che dico, mille barattoli di vernice giallastra che è andata a ricoprire anche il parcheggio di sotto e le auto in sosta, con effetto agghiacciante e vomitevole visto il colore della vernice.
Ora lo abbiamo capito, l’importante è stupire, rompere le vetrine, in senso figurato e non, accendere gli abbaglianti e spararli negli occhi anche dei bambini, provocare i castori alla flatulenza, fare plin plin, veder precipitare un’automobile dal trentesimo piano, trasformarla in robot, prevedere il piano casa avendo da tempo dieci piani di morbidezza, proporre carta igienica che fa sbocciare piante e fiori, i quali ultimi già spuntavano dalla bocca grazie a un dentifricio, correre nudi e arrivare vestiti, parlare un italiano scorretto che però a me mi piace, scene di stupro per lanciare le ultime creazioni (!?) di una firma doppia della moda italiana. Mi torna in mente una perfida considerazione che un professore di università pronunciò, riportando la frase di Thomas Jefferson,: «La pubblicità contiene le uniche verità affidabili di un giornale». Nonostante questo, Jefferson per due volte venne eletto presidente degli Stati Uniti d’America.