Ecco i mille volti del candidato Barack

Pubblichiamo uno stralcio dal secondo capitolo di «I mille volti di Barack Obama», di Giuseppe De Bellis, giornalista del <em>Giornale</em>, in questi giorni inviato negli Stati Uniti per seguire le elezioni americane. Il libro in edicola in allegato con <em>Il Giornale</em>,
è un dettagliato viaggio alla scoperta di Barack Obama, il candidato
democratico alla presidenza degli Stati Uniti, favoritissimo nei
sondaggi

Pubblichiamo uno stralcio dal secondo capitolo di «I mille volti di Barack Obama», di Giuseppe De Bellis, giornalista del Giornale, in questi giorni inviato negli Stati Uniti per seguire le elezioni americane. Il libro in edicola in allegato con Il Giornale, è un dettagliato viaggio alla scoperta di Barack Obama, il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, favoritissimo nei sondaggi. Chi è davvero Obama? Il vero leader del terzo millenio o solo una rockstar della politica? Un idealista o un cinico? I mass media di tutto il mondo si sono innamorati della sua ascesa inarrestabile, ma nessuno ha risposto a queste domande. La campagna elettorale americana ha consegnato un personaggio dai mille volti. Tutti i volti di Obama, appunto.  

Chi è Barack Obama? Chi è davvero? La campagna
elettorale ha consegnato un personaggio dai mille volti. Tutti i volti di Obama, appunto. Quello del giovane che spazza via la vecchia politica, quello del nero che sfida la storia, quello dell’outsider che batte la favorita, quello del calcolatore, quello dell’emotivo, quello del potere, quello dell’anti-potere, quello della politica, quello dell’anti-politica, quello dell’americano, quello dell’«europeo». Obama è uno, nessuno e centomila. Per molti è il leader più carismatico del mondo contemporaneo, per altri è un personaggio liquido, evanescente, inconsistente. Però è il personaggio. Per questo è visto come una rockstar globale, l’esempio più vicino alla stella televisiva. Internet ha accelerato e amplificato la sensazione. Obama è ipercontemporaneo e ha cambiato volto più volte per adattarsi alla situazione: l’hanno chiamato la prima rockstar della politica perché nessuno come lui è riuscito a catalizzare l’attenzione dei media, dell’America hollywoodiana, degli spettacoli, dello show business. Obama è perfettamente a suo agio in quel contesto (...). La sua campagna è stato un prisma complicato, fatto di molte cose, di molte persone e di molte idee. È cominciata da numero due, da sfidante, da principiante alle prime armi di fronte alla potenza e all’esperienza di Hillary Clinton. Poi pian piano è cambiata, s’è modificata, s’è aggiornata, s’è adeguata a una strategia scelta per lui dal suo staff.
Obama è diventato qualcosa di diverso rispetto a quello che all’inizio s’era candidato semplicemente contro la Washington del potere eterno. (...).
L’obamamania è a un passo dall’essere un vero e proprio culto della personalità, la versione YouTube dell’adulazione fanatica e totalitaria del leader divino che libera, redime e salva le masse. A sostenerlo, timidamente e no, sono importanti intellettuali e opinionisti americani di sinistra, da Paul Krugman a Joe Klein, i quali sul New York Times e sul settimanale Time dicono di essere davvero preoccupati dall’eccitazione impolitica dei suoi fan e dalla piega che sta prendendo la sua formidabile campagna. Va bene tutto: l’entusiasmo, la passione, il sogno. E poi, il superamento delle tensioni razziali, la voglia di cambiamento, l’abbraccio ecumenico e bipartisan. Ma il fenomeno Obama ha trasformato il candidato Obama in un messia, in un santo, nell’uomo dei miracoli, in una via di mezzo tra il nuovo Kennedy e il nuovo Padre Pio. «Yes we can», noi ce la possiamo fare, ripete Obama alle folle esaltate ed emozionate che gli urlano «I love you, Barack» e sempre si sentono rispondere «I love you back». L’ottimismo, la speranza e la figaggine impareggiabile di Obama ispirano, commuovono ed emozionano. La gente accompagna in coro le parole pronunciate da Obama, trattiene a stento le lacrime, si abbraccia e si tiene la mano in un’atmosfera che ricorda i concerti rock nei palasport e le funzioni religiose delle megachiese battiste. Obama fa sempre lo stesso discorso, con poche variazioni e mai senza l’aiuto del gobbo elettronico (il teleprompter). Non entra nel dettaglio di proposte politiche, ciò che conta è il gospel, l’ispirazione, la parola, non il contenuto. A Obama si perdona tutto, la vaghezza propositiva, la goffaggine professorale quando è costretto da Hillary a entrare nello specifico, qualche piccola bugia contenuta nella sua biografia, i finanziatori imbroglioni, i favori immobiliari, il predicatore e consigliere razzista che dà di «prostituta» a Condi Rice, i colpi bassi agli avversari, l’idea di invadere il Pakistan per catturare Osama Bin Laden, il corteggiamento dei voti evangelici e un sostenitore che giudica l’omosessualità «una condanna divina». A Obama si perdona anche una certa cafonaggine anti Hillary, espressa di recente al Senato, quando ha palesemente evitato di salutarla, e poco prima a un dibattito televisivo, quando con sufficienza mista a senso di superiorità le ha detto: «Sei abbastanza simpatica anche tu, Hillary». (...)

"I mille volti di Barack Obama-La vera storia e tutti i segreti dell'uomo che unisce e divide l'America", di Giuseppe De Bellis e con la prefazione di Mario Giordano, in edicola con il Giornale a 4,90 euro