Ecco i primi verbali sui palazzi di cartapesta

Sentiti dai carabinieri i testimoni che denunciano gli allarmi
inascoltati sugli edifici spazzati via dal sisma: costruiti male e
crollati in un attimo. Parlano la laureanda scappata dalla Casa dello
studente e il padre di due ragazze travolte dalle macerie

Il supertestimone dell’inchiesta varca la cancellata del comando provinciale dei carabinieri mentre nel compound Fenice è l’ora del rancio.
Faccia sconvolta, passo svelto, piglio deciso. Maurizio Cora, papà di Antonella e Alessandra, entrambe morte per lo sbriciolamento della palazzina di via XX Settembre 79, è l’uomo che ha dato il la all’inchiesta presentando esposti e denunce sul palazzo dei misteri pieno di morti. A verbale, sotto una tenda, spiega: «Quando scavavano, sotto il palazzo tremava tutto. Allora alcuni di noi andavano dai responsabili della ditta per dire che stavano modificando la morfologia dei luoghi e che questo modo di procedere avrebbe provocato problemi di staticità del palazzo. Loro rispondevano che avevano tutte le concessioni e che i lavori erano conformi al progetto approvato. I problemi sono iniziati quando con le ruspe hanno iniziato a smantellare un vecchio pastificio per realizzare un centro direzionale e dei garage ai piani sottostanti. Hanno scardinato i solai dei primi due piani e venivano giù blocchi interi di cemento provocando forti vibrazioni che facevano tremare tutto. Noi protestavamo e la ditta ripeteva che era tutto in regola, così ci siamo rivolti pure alla Soprintendenza poiché vi era un muretto del vecchio pastificio Zaffiri, un reperto di archeologia industriale che a nostro avviso andava salvaguardato. Ma non c’è stato niente da fare, i lavori sono andati avanti. Quale sia il nesso di causalità non spetta a me dirlo ma a nostro avviso quell’intervento è stato quantomeno ardito».
Cora non getta la croce addosso a nessuno ma offre spunti interessanti agli investigatori. Dopodiché si lascia andare a uno sfogo da brivido: «Ho rivissuto insieme, sulla mia pelle, la tragedia di Vermicino e di Eluana Englaro. Quella di Vermicino perché Antonella era lì sotto, come il piccolo Alfredino Rampi, e non riuscivo a tirarla su. Quella di Eluana perché dopo averla estratta dalle macerie, trasportata in ospedale a Roma, ho dovuto prendere la decisione di far staccare la spina». È un fiume in piena Cora, il motivo della sua convocazione sembra passare in secondo piano: «Sentivo mia figlia che mi chiamava da sotto le macerie, mi supplicava di salvarla – racconta -. Siamo andati avanti così per sette ore, uno strazio irraccontabile. Mentre tutto intorno si sentiva puzza di gas e i cavi elettrici scoperti facevano scintille. Ero disperato, così mi sono messo a scavare con le mani, scavavo più che potevo, ma non riuscivo ad arrivare a lei. Poi, sasso dopo sasso, maceria dopo maceria, l’hanno estratta i vigili del fuoco. Aveva un’espressione vitrea, detriti sulla bocca, era in condizioni disperate. L’hanno subito intubata e portata in ospedale e poi al Gemelli di Roma. Ma dopo tre giorni di agonia non ce l’ha fatta. È toccato a me decidere di fermare le macchine che la tenevano in vita, il suo corpo aveva subito una compressione troppo forte». Poi torna all’oggetto del contendere giudiziario. Al motivo della sua presenza nell’accampamento dell’Arma: «Occorre una presa di coscienza da parte di tutti, non si può pensare solo al proprio tornaconto, chi costruisce la case deve capire che sta costruendo per altre persone che vi andranno ad abitare, non può solo pensare ad aumentare le proprie ricchezze».
Dopo di lui è toccato a Carmela Tomassetti, 23 anni, originaria di Celano, un paese vicino, verbalizzare la propria versione dei fatti nella tendopoli dei carabinieri dell’Aquila. Carmela (che denunciò l’accaduto al Giornale due giorni dopo il sisma) è la testimone chiave nel filone sul crollo della Casa dello studente: «Chiesi un sopralluogo il 30 marzo scorso, ma mi venne risposto che era tutto a posto quand’invece troppe cose non andavano. Chessò, i muri erano di cartapesta, si sentiva parlare non solo da una stanza all’altra ma da un piano all’altro, perfino le mura portanti della mensa si vedeva che erano fradice. Ovunque – ha aggiunto – c’erano crepe e profonde incrinature alle pareti, io non ce la facevo a dormire in quelle condizioni, ecco perché ho deciso di andare via. In quello stabile non avevano mai fatto nemmeno una prova di evacuazione. La Casa dello studente non aveva scale antincendio e non era antisismica. A forza di scosse io, mio fratello e il mio ragazzo siamo andati via, altri ragazzi ma non ci hanno dato retta». Carmela ha le idee chiare: «Ancora oggi mi chiedo perché il sindaco fece chiudere le scuole e l’università e non la Casa dello studente. I mancati controlli? Chiedete all’architetto e a due funzionari». L’architetto che finalmente fece capolino nell’ostello, rassicurò tutti: «Nessun problema, qui dentro potete dormire tranquilli». Chi non s’è fidato, se n’è andato e s’è salvato. Chi gli ha creduto, adesso riposa in pace.
GMC