«Ecco i quattro anni che hanno sconvolto la mia America»

«L’argilla è immobile, ma il sangue è randagio. Il respiro è merce che non si conserva. In piedi, ragazzo: quando il viaggio sarà finito ci sarà tutto il tempo per dormire». Traendo spunto da questa lirica di A.E. Housman, James Ellroy ha scelto il titolo Il sangue è randagio per il suo ultimo romanzo (Mondadori, pagg. 800, euro 24) che chiude la «Underworld USA Trilogy» iniziata con American Tabloid (1995) e proseguita con Sei pezzi da mille (2001). Una storia drammatica che parte dopo gli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy ed esplora la metà oscura della storia degli Stati Uniti sino alle soglie del Watergate. «Con il titolo - ci confessa Ellroy, di passaggio a Milano - volevo proprio descrivere questo gruppo di randagi e vagabondi, uomini e donne che sono protagonisti delle storie che ho raccontato e che hanno vissuto le storie dell’America dal ’68 al ’72 che racconto nel libro. Cani randagi che in branco se ne vanno a cercare sangue che li riscaldi: sangue politico, sangue sessuale, sangue di tutti i generi».
E con una sanguinosissima rapina degna di film come Heat di Michael Mann o Dark Knight si apre il suo romanzo...
«Raccontare quella terribile rapina avvenuta nel ’64 a Los Angeles è stato un trucco per spiegare subito ai lettori qual era il clima di violenza del periodo. Ho riassunto i quattro anni di disordini che misero a ferro e fuoco la città proprio con quella scena. Ho cercato di rinchiudere in tutte le pagine successive del libro il senso di suspense che ho dato a quella scena d’avvio».
Quanto è difficile mescolare realtà e fantasia?
«Non rispondo mai a chi mi chiede cosa c’è di vero o di inventato nelle mie storie, perché credo di essere riuscito a far sparire da ciò che scrivo ogni traccia che possa far distinguere il vero dal falso. Ho fatto in modo che sparissero i punti di cucitura fra realtà e fantasia. Se questo mix riesce, anche se noi viviamo in un momento di profondo scetticismo politico e sociale dove è possibile far credere a tutti qualsiasi tipo di complotto, il mio operato di narratore è riuscito e risulta credibile».
Tre personaggi reali come Howard Hugues, J. Edgar Hoover e Richard Nixon ritornano spesso fra le pagine del suo romanzo...
«Nixon non era mai apparso in American Tabloid e in Sei pezzi da mille. Devo ammettere che la figura del cattivo è una costante, nella mente di chi legge i miei libri. Senza cattivi non funziona una buona storia drammatica. Ho scelto Hugues perché è stato un miliardario che poteva tutto, tossico, xenofobo, mentre Hoover era la perfetta incarnazione del potere burocratico e della politica. Voglio che i miei personaggi siano pervasi dal dramma dei miei libri e che il tutto diventi coerente».
Come mai ha impiegato quasi otto anni a scrivere un’opera del genere?
«Per colpa dei miei drammi familiari, a partire dal divorzio. Poi ho scritto per la tv e il cinema, ma solo perché avevo bisogno di liquidità. Quindi ho impiegato solo due anni a scrivere Il sangue è randagio. Non è stata una fatica scriverlo, anzi potrei dire che è stata una vacanza da tutto ciò che mi era accaduto intorno. Ma svelerò chiaramente cosa mi è successo in questo periodo nel mio prossimo libro, The Hilkiller Curse: My Pursuit of Women».
È vero che vi riparlerà anche della tragica scomparsa di sua madre?
«No. Parlerò solo di me e del mio rapporto con le donne».
Proprio l’elemento femminile è spesso al centro de Il sangue è randagio, grazie a personaggi come Joan Rosen Klein e Karen Sifakis...
«Volevo scrivere qualcosa di diverso rispetto al passato. Un libro profondamente ideologico, che descrivesse un periodo di rivoluzione. Volevo che parlasse di quando nella vita della gente si arriva a una conversione, a un nuovo modo di vedere le cose. Con Joan e Karen ho voluto rendere omaggio a due donne che hanno avuto con me un rapporto speciale e che nel romanzo danno del filo da torcere all’investigatore privato Don Crutchfield».
Aver cambiato stile l’ha fatta soffrire o ha rappresentato il raggiungimento di un obiettivo personale?
«Ho sempre scritto nello stile e nella lingua che era idonea a quel che volevo realizzare. Per Il sangue è randagio ho scelto di inserire spesso dossier narrativi che chiarificano le vicende, perché mi sono accorto che in Sei pezzi da mille ero stato troppo conciso e non avevo descritto in maniera profonda le situazioni emotive. Bisogna sempre essere attenti alla filosofia dei propri personaggi e per farlo bisogna adattare lo stile, dove possibile».
Perché ha scelto di fermarsi poco prima del Watergate?
«Quell’evento mi ha sempre annoiato. Poi la maggior parte dei protagonisti di quello scandalo sono ancora vivi e potrebbero crearmi grane legali».
E per il futuro?
«Realizzerò presto una quadrilogia ambientata a Los Angeles».
È vero che questo ciclo sarà ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale?
«No comment» (sorride, ndr).
Lei ama Beethoven. Il sangue è randagio è paragonabile a una delle sue sonate?
«Potrei avvicinarlo alla Sonata n. 29, amplissima, meravigliosa e con un respiro quasi infinito».
Ascolta musica, mentre scrive?
«No. L’ascolto quando sono solo e al buio, per concentrarmi e ricaricarmi».
Che cosa rappresenta per lei Los Angeles?
«Non la conosco così bene da poter dire che ne sono un esperto. Ci sono cresciuto e adesso ci sono tornato ad abitare, ma non ho una relazione speciale con lei. L’ho semplicemente ricreata nelle mie storie. Io scrivo di L.A. ciò che sento di quei luoghi, che però non è esattamente la sua realtà. Ho una mia Los Angeles nella quale mi piaceva vivere e assaporare certe storie che ho scritto. Ma è diversa da quella di oggi, così come la mia America non è quella della realtà, ma quella che racconto in storie come Il sangue è randagio».
Scrivere un nuovo romanzo è una sfida con se stesso, con il suo editore o con il pubblico?
«È sempre una mia prova personale, una mia sfida. Ho una collaborazione ottimale con tutte le case editrici che mi pubblicano in tutto il mondo e che mi supportano e hanno per me un’attenzione davvero speciale. Ma io ho sempre la dannata ossessione di dare il meglio di me nel mio lavoro di scrittore. Vorrei che i miei lettori leggessero le mie opere con lo stesso ritmo ossessivo con cui io le scrivo».