Ecco i superstipendi che le Regioni nascondono

Stefano Filippi

Il dottor Rolando Viganelli, dirigente della regione Umbria, ha preteso un fax di richiesta indirizzato al presidente del Consiglio regionale Mauro Tippolotti (Rifondazione): nessuna risposta. La dottoressa Giulia Marchetti, funzionario della regione Abruzzo, ha voluto una mail: anche quella nel dimenticatoio. La dottoressa Anna Maria Azzurri, responsabile del settore bilancio e finanze della regione Toscana, ha rimandato al dottor Tanzini, portavoce del presidente, unico autorizzato a trattare con i giornalisti: sempre impegnatissimo. In compenso, la Toscana è l’unica delle 15 regioni a statuto ordinario a dotare il proprio sito internet di un collegamento che spieghi quanto prende un consigliere regionale: ma è un semplice rimando alla legge regionale 13 giugno 1983 numero 47 e successive modificazioni. Decifrare un geroglifico è più semplice.
Silenzi, reticenze, opacità. Perché tanti misteri sulle indennità intascate ogni mese dal migliaio di consiglieri regionali italiani? Se un elettore vuole conoscere lo stipendio di un parlamentare apre il computer, entra in internet, digita www.camera.it dove troverà norme e cifre. Nulla di simile per nessun consiglio regionale. Perché il problema non è trovare gli statuti o le leggi che disciplinano la materia. È che queste norme vengono modificate, integrate, interpretate un’infinità di volte. E poi suddivise in leggi sulle indennità, sui rimborsi spese, sulla previdenza. E magari riordinate in testi unici sui quali si interviene ancora. L’unica costante è il risultato: alla fine del mese gli stipendi sono sempre più alti.
Ma la montagna di denaro pubblico destinata ai deputati regionali non lievita soltanto con l’aumento delle indennità: s’ingigantisce anche con la crescita del loro numero. Negli ultimi anni, sono stati aggiunti complessivamente 120 nuovi consiglieri a quelli già esistenti: come aver creato due regioni dal nulla. Alcune hanno previsto anche l’incompatibilità tra la carica di consigliere e assessore, moltiplicando di colpo le poltrone. Assieme al numero di amministratori si dilata in proporzione anche la spesa per segreterie, uffici, telefoni, auto blu, viaggi e missioni. Una massa di euro difficilissima da quantificare.
Indennità di carica. La busta paga di un consigliere regionale risulta molto più complicata di quella di un parlamentare. È composta di numerose voci che spesso variano da regione a regione. La base è costituita dall’indennità di carica, calcolata in percentuale sull’indennità del parlamentare che per il 2005 è pari a 12.434,32 euro lordi mensili. Si parte dunque da un minimo del 65 per cento (Emilia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Toscana e Veneto), cioè 8.082,31 euro; si sale al 75 in Basilicata; si aumenta all’80 per cento in Umbria, Campania, Calabria e Abruzzo, all’81 in Lombardia, all’85 in Piemonte fino alla vetta del 90 per cento in Puglia. Non è sempre stato così. In Campania e Abruzzo, per esempio, la legge del 1972 prevedeva il 60 per cento, in Umbria addirittura il 40: oggi nella più rossa delle regioni italiane quella percentuale è raddoppiata.
Indennità di funzione. Ogni incarico ottenuto significa altri soldi in virtù della cosiddetta indennità di funzione, anch’essa calcolata come percentuale sulla paga del deputato. Governatori, assessori, presidenti di commissione e relativi vice, segretari, questori, capigruppo: sono un’infinità le poltrone assegnate. Così, finisce che i consiglieri «semplici» sono mosche bianche dell’opposizione, rarità pressoché introvabili. Ogni regione stabilisce i suoi parametri. Se prendiamo a riferimento le indennità dei governatori, il record del risparmio va a Marche e Toscana (90 per cento) mentre le regioni più generose sono Piemonte, Campania e Basilicata. Nella maggior parte dei casi, le indennità dei governatori sono uguali a quelle dei parlamentari. Ogni regione è libera di individuare quante e quali cariche retribuire. L’Umbria assegna ai suoi vertici una diaria che assorbe l’indennità di funzione, della quale la regione non ha reso noto l’ammontare; la legge comunque prevede che non possa superare quella dei parlamentari.