Ecco l’amante proibita di Goethe

La donna più amata dal poeta non fu Charlotte von Stein ma la duchessa Anna Amalia vin Sachsen Weimar. La tesi, al centro di un vero "caso" in Germania è frutto di dieci anni di ricerche dello studioso italo-tedesco Ettore Ghibellino

Non sarà nelle liste dei «più venduti», ma è certo che Goethe è intramontabile anche per i nostri editori come dimostra la nuova edizione einaudiana delle Conversazioni con Goethe di Johann Peter Eckermann. E accanto alla ripubblicazioni delle sue opere, fioriscono anche studi critici notevoli che riscuotono l’interesse degli esperti come prova la bella edizione del saggio Goethe e l’amore di Karl Julius Schröer, un vecchio testo della filologia goethiana, «ripescato» da Elisa Lieti per Filadelfia Editore di Milano. Ma il vero scoop l’ha compiuto Ettore Ghibellino, uno stranissimo erudito siciliano, un giurista che da decenni vive proprio a Weimar, la seconda patria di Goethe. Il giovane giurista (è nato nel 1969) ha studiato a Oxford, Tubinga, Belfast, Roma e perfino a Bayreuth. Da anni Ghibellino si occupa di una stranissima vicenda sentimentale: quella di Goethe con la Duchessa di Weimar Anna Amalia, su cui ha scritto un’opera poderosa che si arricchisce a ogni nuova edizione e che proprio ora viene proposta al pubblico anglo-americano con nuove prove, che hanno richiamato l’attenzione del principale settimanale tedesco Der Spiegel.

Che Goethe amasse le donne non è certo un mistero. Nella sua autobiografia, Poesia e Verità, che abbraccia i primi 25 anni di vita, l’autore si confessa abbastanza sinceramente e rievoca con innocente sapienza i suoi primi amori fino a quello più serio per Charlotte Buff, che divenne la Lotte del Werther. La Signorina Buff era già promessa e Goethe non aveva intenzione così serie sicché mentre da una parte dette sfogo alla delusione scrivendo il romanzo che lo rese famoso, d’altra parte abbandonando Wetzlar e Lotte, s’innamorò subito di Maximiliane La Roche. Finalmente lo scrittore si fidanzò con una graziosa signorina, per altro ricchissima. Ma la vita mondana di Lili e dei suoi fratelli risultò inconciliabile con la sua vocazione per la ricerca e per la creazione poetica. Goethe fuggì Lili e l’amore accettando la proposta di Karl August, il giovane duca di Weimar che lo voleva assolutamente nel suo staterello, dove già la madre, la duchessa Anna Amalia aveva posto le premesse per trasformare la cittadina in un vivace centro culturale. A Weimar Goethe giunse il 7 novembre 1775 e ci restò tutta la vita. In una cittadina di seimila abitanti che, anche per i parametri del tempo, veniva considerata poco più di un villaggio, Goethe restò per 57 anni fino alla morte nel 1832. Nel 1808 Napoleone lo volle conoscere e l’invitò a Parigi proponendogli di scrivere una tragedia su Cesare (ovvero su di lui) e Goethe rifiutò cortesemente l’imperial invito.

Ora Ettore Ghibellino, con un atteggiamento da ricercatore e da detective, lancia un’ipotesi rivoluzionaria, suffragata da un’attenta lettura di carteggi e di confronti a specchio dell’immensa memorialistica dell’epoca: Goethe rimase per amore. Per amore della duchessa Anna Amalia, vedova già giovanissima, donna straordinaria di cultura e di spirito, che mise le fondamenta per la trasformazione di Weimar in uno dei centri culturali, simbolo della cultura della modernità. Goethe und Anna Amalia. Eine verbotene Liebe? (Goethe e Anna Amalia: un amore proibito?): questo il titolo tedesco dell’affascinante saggio di Ghibellino, che si lascia leggere come un romanzo giallo e come una puntuale ricostruzione di un grandissimo amore, un amore spirituale e quindi totale. Proibito perché il codice di classe dell’Europa prerivoluzionaria non ammetteva che uno scrittore, un avvocato borghese, potesse mai ambire pubblicamente ai favori di una sovrana. Una dama di corte, Charlotte von Stein, amica fidata e dedita ad Anna Amalia, fungeva da «donna dello schermo».

Dopo undici anni di amori segreti, Goethe dovette vivere una crisi profonda e letteralmente se ne fuggì a Roma, dove nel 1787 conobbe Faustina, una giovane vedova romana, che gli dischiuse quell’esperienza dei sensi che lui cantò entusiasta nelle Elegie Romane (titolo originario: Erotica Romana). Tornato a Weimar dopo due anni, era un uomo ormai maturo che accettò di mettersi in casa una giovane operaia, Christiane Vulpius, «il tesoro dell’alcova», come la presentò alla madre. La Duchessa era troppo saggia per non capire, con indulgente rassegnazione. Goethe l’accompagnò a Venezia, ma il suo secondo viaggio in Italia fu una delusione: la nostalgia per Cristiane era travolgente. Il poeta non si placò: continuò a scrivere le sue opere migliori, tra cui il Faust e il Wilhelm Meister e nel 1809 un altro grande romanzo d’amore Le affinità elettive. E continuò ad amare, ad amare l’Amore, l’Eros divino, che scopriva continuamente nei volti, nei sorrisi nelle figure di giovani donne, fino a chiedere, a 73 anni, follemente innamorato, la mano di Ulrike von Levetzow, poco più che diciottenne. La risposta non venne data e Goethe interpretò il silenzio per un elegante rifiuto. Fuggì dalla stazione termale di Marienbad a Weimar; in carrozza compose una lirica appassionata e lacerante Elegia di Marienbad, che costituisce la parte più commossa, wertheriana, della Trilogia della passione, che si conclude con una conciliazione e una parola rassegnata e sublime, dettata dalla devozione di una pianista polacca, Maria Szymanowska, che lenì il cuore addolorato con le note sublimi della musica e che gli ispirò versi belli e tremendi: «E se l’uomo si fa muto nel suo strazio/ Un dio mi concesse di dire quello che soffro».

La Duchessa, che era nata nel 1739, dieci prima del suo amante segreto, era morta nel 1807. Goethe sentì profondamente la malinconia di assistere alla scomparsa dei suoi amici e delle donne amate. Solo Ulrike gli sopravisse. Morì, infatti, nel 1899, nubile, a modo suo fedele al vecchio signore, che gli aveva dedicato immortali versi d’amore.