Ecco l’atto d’accusa contro l’atomica iraniana Ma forse è troppo tardi

La pistola fumante ancora non c'è, ma stavolta, a differenza del passato, gli indizi sono tutti sul tavolo. E quelli sospetti sono sottolineati in rosso. Certo c’è poco di nuovo, ma quanto basta per pensare, sottolinea l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che «l’Iran ha condotto attività rilevanti per lo sviluppo di dispositivi esplosivi nucleari». E tra queste «test pratici» e «sperimentazioni preparatorie utili per effettuare un test di un ordigno esplosivo nucleare». Insomma le verità nascoste, quelle che l’Agenzia dell’Onu in passato rifiutava di svelare acquistano peso, forniscono consistenza all’ipotesi che Teheran sia impegnata da tempo nella costruzione della bomba atomica.
Per far capire quale sia la differenza tra il rapporto sul nucleare iraniano divulgato ieri e quelli del passato si può dire che la forma ora si fa sostanza. In passato l’agenzia non si chiedeva le finalità di esperimenti senza giustificazioni plausibili nel contesto di un programma esclusivamente civile. Stavolta li esamina uno a uno, si chiede se servano a costruire un ordigno nucleare e li raccoglie in un allegato intitolato significativamente «La dimensione militare del nucleare iraniano». Il risultato è imbarazzante per tutti. Per l’Aiea che li ha nascosti. Per un’amministrazione Obama che pur conoscendoli ha accantonato per tre anni il dossier Iran. Per il mondo intero costretto all’improvviso a decidere se accettare l’idea di un Iran nucleare o procedere, come vorrebbe Israele, sui perigliosi sentieri di un’azione militare dalle molte incognite. Certo l’allegato non lascia spazio all’ottimismo. Per capirlo basta sfogliare le pagine in cui si spiegano le attività per la preparazione di congegni emisferici circondati da cariche di esplosivo ad alto potenziale. Tali congegni non hanno alcuna applicazione civile, ma vengono utilizzati esclusivamente come detonatori capaci d’innescare la reazione a catena della fissione nucleare. Il congegno R265, citato nel rapporto e denominato così per il suo raggio di 265 millimetri, è un guscio esplosivo capace di deflagrare simultaneamente e con la stessa potenza in tutti i punti, esercitando una pressione uniforme sul nucleo fissile. Ricerche che Olli Heinonen, ex capo ispettore dell’Aiea, oggi ricercatore ad Harvard, definisce di «grande allarme».
Il fatto di aver tenuto per tanti anni nel frigorifero questi elementi regala però argomenti all’Iran. A dar retta a Teheran quelle prove uscite in blocco da un computer portatile iraniano recuperato dall’intelligence tedesca e consegnato agli americani nel 2004 sono tutte false. A sentir gli iraniani né Teheran né l’Aiea hanno mai potuto visionare quei documenti, pur avendone fatto richiesta da 4 anni. E gli stessi americani, secondo Teheran, avrebbero in mano solo file elettronici non collegabili ad organi ufficiali della Repubblica Islamica. La replica di Teheran basta a far capire come il ritardo con cui si è deciso di pubblicare questi indizi rischi di rivelarsi molto controproducente. Con una Russia già pronta a contestare l’affidabilità del nuovo rapporto sarà assai difficile far varare all’Onu sanzioni ancor più dure di quelle esistenti. E sicuramente non è possibile ipotizzare operazioni militari legittimate dal Palazzo di Vetro. La prospettiva è da una parte quella di una paralisi diplomatica e dall’altra quella di un’azione militare autonoma di Israele. Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak per ora nega qualsiasi iniziativa autonoma e ricorda che «la guerra non è un pic nic». Eppure a detta di molti il blitz è solo questione di tempo. Non basterà a distruggere tutti i siti nucleari iraniani, ma rischierà d’incendiare l’intero Medio Oriente.