Ecco l’effetto Finanziaria: il Paese sfiducia l’Unione

Ricerca per il «Giornale»: più del 56% oggi voterebbe il centrodestra. Giudizio pessimo sui ticket sanitari, sugli aumenti delle tasse locali e sull’indulto

Stefano Filippi

Sono passati sei mesi dalle elezioni, cinque dall’insediamento del governo Prodi. Il dieci per cento della legislatura. È ora di fare il tagliando a Palazzo Chigi. Finanziaria, indulto, soldati all’estero, caso Telecom, liberalizzazioni: la materia c’è. E il voto è netto, bocciatura su tutta la linea. Il sondaggio commissionato dal Giornale parla chiaro. Il Paese ha voltato le spalle a Prodi.
Con la finanziaria le tasse aumentano? «Molto o abbastanza» per il 62,8 per cento degli italiani. La manovra colpisce anche i ceti medi e medio-bassi? Certo: 61 per cento. Ci sarà un sensibile aumento delle tasse comunali o si perderanno servizi per i cittadini? Garantito: 56,8 per cento.
L’aumento del ticket «deve essere evitato»: 72,7 per cento. Gli sprechi pubblici rimarranno gli stessi o aumenteranno: 57,7 per cento. L’indulto? Provvedimento «negativo o pessimo» per il 74,1 per cento. Scandalo Telecom: Prodi sapeva? Sicuramente, risponde il 53,2 per cento. Quanta fiducia verso questo governo? Un irriducibile manipolo di quattro italiani su 100 ne nutre «molta», il 27,4 «abbastanza», assieme fanno il 31,3 per cento. Il 63,3, cioè quasi i due terzi del Paese, «poca, nessuna o quasi nessuna». Appena il 5,3 non sa che cosa pensare.
Ed ecco la domanda delle domande: se domenica ci fossero le elezioni, quale partito segnerebbe sulla scheda? Centrodestra al 56,3 per cento, centrosinistra al 43,7. Con una fetta comunque alta (43,6 per cento) di astensionisti, incerti o elettori che tengono le proprie intenzioni di voto per sé. Il dato relativo alle scelte partitiche va dunque preso con le pinze, tuttavia mostra con grande evidenza quanto sia vasta e in continua espansione l’area dei delusi del centrosinistra Insomma, tra gli effetti del (mal) governo Prodi non ci sarebbe soltanto una perdita di consenso a vantaggio dell’attuale opposizione, ma anche un aumento dell’insofferenza verso la politica che riguarderebbe almeno un elettore su quattro.
Il sondaggio non attribuisce un valore preciso all’astensionismo, ma lo si può ricostruire per via indiretta togliendo da quel 43,6 per cento gli incerti che grossomodo si attestano tra il 10 e il 15 per cento: è la media delle risposte «non so» alla decina di interrogativi posti, con un picco all’insù del 34,2 (caso Telecom) e uno all’ingiù del 5,3 (fiducia complessiva al governo). Nei sondaggi preelettorali la quota di indecisi oscilla di solito attorno al 25 per cento. E alle elezioni del 9-10 aprile scorsi l’astensione in Italia fu pari al 17,4 per cento (19,6 considerando anche le circoscrizioni estere).
La percezione della finanziaria è univoca. Più tasse, falcidiate anche le fasce di reddito medie, aumento dei tributi locali. Il 52,6 per cento ritiene eccessiva la chiusura temporanea del negozio che non batte gli scontrini, massiccio è il «no» ai ticket e si nutre grande scetticismo anche sui tagli agli sprechi pubblici.
Non va meglio sulle altre mosse del governo. L’indulto si conferma una misura impopolarissima e sulla vicenda Telecom la senzazione è che Prodi non l’abbia raccontata giusta. La mancanza di fiducia (63,3 per cento) non si traduce automaticamente in voto al centrodestra (56,3). O forse non ancora, visto che il calo di fiducia è stato repentino nell’ultimo mese (39,1). A giugno 2006, quando l’esecutivo non aveva ancora preso decisioni significative, soltanto l’11,6 per cento dell’elettorato di centrosinistra giudicava «abbastanza o molto negativamente» l’operato del governo, spiegabile come bocciatura all’immobilismo. Adesso gli unionisti insoddisfatti sono raddoppiati: 20 per cento.
Altri particolari emergono dall’analisi del sondaggio per sesso, età, titolo di studio e area geografica. I più sensibili alla stangata sono le donne, gli ultracinquantacinquenni, le fasce a più bassa scolarità, il Nordest. Curioso che alla domanda «questa manovra fiscale colpisce anche i ceti medi e medio-bassi?» risponda che è «molto d’accordo» il 38,7 per cento del centro Italia, territorio a netta maggioranza di sinistra: più che nel Nordest, dove ci si ferma al 37,3.
Ma gli elettori della «zona rossa» sono molto sensibili anche alla legnata per i negozianti costretti a chiudere se non emettono gli scontrini, valutata «molto negativamente». E sono parecchio imbarazzati nel dover valutare l’introduzione dei ticket: mentre solo il 6,2 per cento del campione nazionale risponde «non so» alla domanda se debba essere evitato, la percentuale di incertezza sale al 12,5 per cento nelle regioni a maggioranza di centrosinistra.
I più fiduciosi in Prodi sono maschi, laureati, non hanno più di 35 anni e vivono nel Nordest; i più disincantati sono donne e persone di mezza età con licenza elementare o diploma delle medie che risiedono nel Triangolo industriale.
Tra i partiti, chi guadagna di più è Forza Italia che balza al 27,5 per cento. I Ds scendono al 17,5, An sale al 15, crolla la Margherita (7,3), si ridimensiona Rifondazione (4,8), s’irrobustisce la Lega (4,5), prendono piede i Comunisti italiani (3,6), scivola l’Udc (2,3), galleggiano Rosa nel pugno (1,6) dipietristi (1,5) socialisti (1,1) e verdi (0,9). La voce «altro» raccoglie il 10,4 per cento dei suffragi: un segnale ulteriore del consenso in libera uscita, del disorientamento e delle perplessità indotti anche dalle scelte compiute dal governo in questi primi 150 giorni.
Sparisce invece Mastella, superato anche da pensionati, socialdemocratici e Alternativa sociale di Alessandra Mussolini. Nel nostro campione di 600 intervistati, quasi nessuno ha confessato di voler votare Udeur.