Ecco l’inchiesta dai mille intrecci indagato anche il generale Mori

Il direttore del Sisde sott’indagine per aver favorito la latitanza del boss. Le accuse al vaglio dei pm partono da un subalterno. La difesa: è tutto falso

nostro inviato a Palermo
Veleni, sospetti, sussurri e mascariamenti. Il frullato tipico palermitano ben si adatta ai pruriti investigativi sul generale Mario Mori, direttore del Sisde, già comandante del Ros, che risulta indagato per aver garantito una serena latitanza a Bernardo Provenzano. Con l’alto ufficiale è sott’inchiesta per favoreggiamento aggravato al capo di Cosa Nostra anche il suo ex braccio destro, il colonnello Mauro Obinu, diretto superiore di quel Michele Riccio che qualche tempo fa raccontò a verbale di come il Ros, nel novembre del 1995, fece di tutto per non catturare il Capo dei Capi in quella stessa masseria di Mezzojuso dove anni dopo venne arrestato il boss Benedetto Spera, vicinissimo al Padrino. L’inchiesta va avanti in gran segreto e con enorme imbarazzo perché l’interrogatorio di Mori e il suo devastante esposto-querela hanno scosso la procura di Palermo, già toccata dalla brutta figura rimediata con il processo a Mori sulla mancata perquisizione nel covo di Totò Riina.
La storia è nei verbali del dibattimento Dell’Utri, nelle informative ad uso interno all’Arma, nelle comunicazioni dell’epoca alla procura confluite nel fascicolo del pm Di Matteo. Il primo atto ufficiale è la relazione del 30 luglio ’96 redatta da Riccio, ma controfirmata dal solo colonnello Obinu, laddove non si parla del mancato arresto del boss. Il dossier si apre con la brutta fine toccata al mafioso Luigi Ilardo, cugino del rappresentante provinciale di Cosa Nostra a Catania, Giuseppe Piddu Madonia. Ilardo - si legge nella nota - viene ucciso a Catania dopo aver avviato una bozza di collaborazione coi pm di Caltanissetta e Palermo e dopo aver dato prova del suo spessore criminale parlando degli artificieri delle bombe del ’92, di Provenzano, di latitanti come Santo Sfameni e Vincenzo Aiello. Da pagina 248 il nome di Ilardo viene accostato, continuamente, a quello del Padrino e alle modalità con le quali si sono svolte le attività che hanno portato Ilardo ad avvicinarsi una prima volta al fantasma di Corleone il 31 ottobre 1995 al bivio di Mezzojuso insieme a due suoi luogotenenti, Lorenzo Vaccaro e Salvatore Ferraro. Si preferì, giustamente, non mettergli in tasca registratori perché Zu Binnu era solito far controllare tutti. «Così alle ore 23 del 31 ottobre ’95 - si legge nell’informativa - la fonte riferiva di aver incontrato il latitante Bernardo Provenzano in una casa con ovile posta lunga una trazzera fra i comuni di Mezzojuso e Vicari». Sotto interrogatorio il colonnello Riccio ricorda che Ilardo gli mostrò alcuni pizzini scritti da Provenzano, parlò del «postino» fidato di Bagheria, Simone Castello, «e quando insistevo per trovare Provenzano - continua Riccio - Ilardo mi diceva di star tranquillo perché non bisognava destare sospetti e attendere una sua chiamata». Che puntualmente arrivò. «Quando ebbi la segnalazione di Ilardo - insiste il colonnello Riccio - che mi diceva che ci poteva essere un incontro al bivio di Mezzojuso con Vaccaro e Ferro per andare da Provenzano, segnalai l’esigenza e il colonnello Mori mi disse che non c’erano i mezzi per andare a prendere il boss, che bisognava aspettare, acquisire maggiori dati, vedere l’incontro successivo di Ilardo».
Riccio riferisce sia dell’esito dell’incontro del confidente con Provenzano (una doppia riunione fra una quindicina di mafiosi, un pranzo col boss a cui seguì una conversazione riservata) sia delle raccomandazioni di Mori, attraverso Obinu, «a non inserire la relazione che avevo fatto sull’incontro di Mezzojuso perché volevano approfondire loro la situazione». Riccio non si accontenta. Spara altissimo quando afferma che Ilardo si fidava poco di alcuni superiori del Ros «collusi o coinvolti con ambienti di Cosa Nostra». Ilardo non fa il nome di Mori, ma - secondo Riccio - fa di più: affronta il generale nella caserma del Ros e lo fa scappare dopo avergli inviato un messaggio in codice a proposito di coinvolgimenti di ambienti istituzionali di cui proprio lui, Mori, sarebbe stato a conoscenza.
Queste e altre cose, ribatte la difesa di Mori, Riccio le riferisce in ritardo, e solo nel processo Dell’Utri. «Non le aveva mai messe per iscritto nell’informativa-madre dell’inchiesta Grande Oriente» osserva Piero Milio, l’avvocato del direttore del Sisde. Che aggiunge: «Mario Mori ancora aspetta di sapere se a forza di indagare sui fiancheggiatori eccellenti di Provenzano qualcuno, per caso, sa dare una spiegazione a questo insolito, tardivo, ravvedimento». Ilardo, essendo morto, non può confermare né smentire.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it