Ecco l’indice di gradimento del design italiano

Carlo Forcolini e Maurizio Morgantini hanno presentato la pubblicazione annuale dell'ADI Design Index (selezione che precede il Premio Compasso d'Oro ADI). Al di là dell'oggettiva funzione di monitoraggio e di rappresentazione del meglio di quanto esiste in termini di prodotti e servizi in Italia, l'Index ha molto a che fare con almeno due questioni di grande attualità: la prima è il Made in Italy, la seconda il diritto d'autore. Made in Italy significa «fatto in Italia». Vale a dire il buono di un paese che da cinquant'anni è considerato leader del design mondiale e il cattivo, essendo questo stesso paese parimenti tra i più grandi produttori di copie a livello mondiale, con la variante autodistruttiva del plagio di prodotti nazionali oltre che, ovviamente, stranieri. Molte imprese italiane beneficiano di quanto esse stesse hanno contribuito a costruire nel mondo e, nel contempo, sono vittime di sleali concorrenti nel loro paese. Se però, malgrado questa situazione, il made in Italy è diventato un brand nazionale positivo allora ci troviamo a un bivio. O facciamo finta di nulla: in fondo è andata bene così, perché porsi tanti problemi? Oppure, e ci sembra più ragionevole, pensiamo che «è andata bene così» per tanti anni perché all'affermazione del Made in Italy nel mondo hanno contribuito due fattori che coniugati insieme hanno prodotto, malgrado tutto, un risultato virtuoso. Il primo è certamente il design come sintesi estetica dell'innovazione progettale e produttiva, il secondo è la qualità industriale o artigianale intrinseca dei prodotti anche in assenza di un progetto a monte del produrre. Noi riteniamo, proseguono Forcolini e Morgantini, che la selezione progettuale e qualitativa, che da mezzo secolo caratterizza l'attività di ADI, sia la condizione necessaria e non certamente sufficiente per valorizzare quei caratteri d'eccellenza che non possono più nascondere una diffusa mancanza di qualità.
La seconda questione è quanto l'ADI Design Index abbia a che fare con il diritto d'autore. Nel corso del 2004 la Collezione storica del Compasso d'Oro è stata riconosciuta dal ministero dei Beni culturali come un documento di straordinaria importanza e pertanto posta sotto la tutela dello Stato. Diviene dunque legittimo formulare l'ipotesi che chiunque copi un bene pubblicamente tutelato commette un crimine contro lo Stato stesso.