«Ecco l’intero sapere dell’Età di Mezzo»

Immaginiamo di dover fare una ricerca su un qualunque tema legato al Medioevo. Da dove partire? Dall’Italia all’Inghilterra, dalla Spagna alla Polonia, dall’Europa all’America, la risposta sarà univoca: consultate Medioevo Latino. Giunto ormai alla ventiseiesima annata, questo annuario è molto più di un repertorio bibliografico: è lo stato dell’arte di una sterminata messe di studi. Giusto un esempio: se cercaste qualcosa di aggiornato su san Francesco, alla voce corrispettiva trovereste decine e decine di riferimenti bibliografici. Mondi su mondi si aprono. E dietro questo monumento in riedificazione permanente c’è Claudio Leonardi, filologo, storico della letteratura e storico tout court, già docente di Letteratura latina medievale a Lecce, Perugia e Firenze, e presidente della Società internazionale per lo Studio del medioevo latino. Un uomo che da cinquant’anni scava negli archivi, ridà vita a pergamene sepolte dalla polvere, pubblica saggi e libri. E trasforma la passione di una vita in lavoro per molti altri.
Professor Leonardi, nei manuali di scuola la letteratura europea sembra nascere con il XIII secolo, insieme alle lingue volgari nazionali. Ma i secoli dell’Alto Medioevo sono solo tenebra?
«Il periodo tra il VI e l’XI secolo è, per un verso, un tempo buio ma, per l’altro, luminoso. È buio nel senso che predomina la cultura germanica, fondamentalmente orale. La classe politica è dominata dal sangue e non dalla ragione: l’orale si oppone allo scritto, i germani ai latini, gli illitterati ai litterati. Tuttavia comincia ad avanzare un nuovo, altissimo esperimento: la costruzione di una dimensione metastorica della storia umana».
Sarebbe a dire?
«Prendiamo un nome: Carlo Magno. Il nuovo imperatore è il prototipo dell’illetterato, che però dà spazio a un uomo come Alcuino, il grande monaco irlandese erede della genialità del Venerabile Beda. Ne nasce la scuola medievale e la scrittura che è alla base della nostra comunicazione».
Qual è l’aspetto metastorico?
«Il punto è: quegli uomini riuscirono a trovare una sintesi nuova tra i pilastri dell’Europa, ovvero l’Antichità e la tradizione germanica. Non si trattò di una mera sommatoria, una giustapposizione di diritto, filosofia, retorica e irrazionale. Fu una sintesi nuova resa possibile dalla fede cristiana, la quale non soppresse né inglobò quegli altri elementi ma, al contrario, li limitò: la razza, la ragione e il diritto permasero, ma non più come valori assoluti».
Cosa divenne tale?
«Solo la persona, dopo il magistero di Boezio, fu ritenuta perfetta, superiore alla Chiesa stessa oltre che allo Stato. La perfezione della persona in potenza, già affermata in senso spirituale nei Vangeli e in senso storico dai martiri cristiani, si fece problema storico nell’Alto Medioevo. E il valore assoluto per la persona divenne la fede, però non in maniera opprimente come in Oriente, dove la teologia inglobò e soppresse tutto il resto. In Occidente si stabilì un mirabile equilibrio per cui la res publica non venne guidata dalla fede ma dalla ragione e dalle ragioni storiche, ovvero le consuetudini».
Quale fu il momento di maggior coscienza di questo equilibrio?
«Direi l’XI secolo, in particolare con papa Gregorio VII (1073-1085). Gregorio ripensò il fatto cristiano, cioè la Chiesa, come un’esperienza carnale («Chi mangia il mio corpo...») e insieme come una realtà totalmente metastorica, perciò non più legata - cioè soggetta - al potere politico. E con la lotta per le investiture rivendicò l’autonomia storica della Chiesa. La Chiesa è sì una dimensione divina, ma in terra è un segno storico. La Chiesa non è la perfezione, ma è il segno di una realtà perfetta. Se il limite dell’Esodo ebraico era stata la terra promessa, come Roma - intesa come terra promessa - per l’Antichità, la metastoria medievale non illude e non delude».
Però Gregorio rischiò di eccedere nella teocrazia...
«È vero, ci sono queste due cose. Ma il movimento gregoriano fondò la laicità dello stato. Perché l’Impero fu costretto a ripensarsi, a rifondarsi sulla ragione umana e non sulla fede. Il pericolo per lo Stato è quello di divenire totalitario, cioè tiranno. Anche per la Chiesa il rischio è quello di voler dominare, di essere teocratica. In Gregorio ci fu il rischio della teocrazia, ripresa da Gelasio, ma ci fu anche la novità agostiniana, per cui la storia è il conflitto tra Cristo e Satana. E quindi il potere politico è connotato da una vena di pessimismo che porta alla distinzione. Fu così che Gregorio VII creò l’Occidente e la libertas divenne il fatto decisivo nella costituzione della persona».
Quando si è incrinato l’equilibrio?
«In Occidente si è rotto nel XIV secolo, non tanto per colpa dell’Umanesimo, ma per via di una certa teologia francescana che tentò di imporre l’assoluto primato della volontà divina sulla volontà umana. Il pensiero estremizzato di Bonaventura, con Duns Scoto e Guglielmo di Ockham, finì con il sopprimere lo spazio della ragione e della storia. E il panvolontarismo divino distrugge l’uomo».
Quali autori altomedievali metterebbe nei manuali di storia?
«Anselmo d’Aosta, il quale pensava che la ragione possa dimostrare l’esistenza di Dio, e addirittura l’incarnazione. Ma anche Boezio, Gregorio Magno, Isidoro di Siviglia, Beda, Paolo Diacono, Alcuino, Giovanni Scoto Eriugena, Liutprando, Gregorio VII, Pier Damiani, insieme a Rosvita, Geburga, Duoda».
È pensabile oggi un’Europa unita?
«Il mondo moderno, questo mondo della fiducia assoluta nella ragione, che rifiuta ciò che è non-ragione, a me è sembrato finire con la bomba atomica, perché con essa la ragione non domina più la politica. E ora il quadro è proprio cambiato, per la lotta tra Islam e Occidente ovvero, in ultima analisi, il Cristianesimo. Ma del resto l’Islam è sempre stato contro il Cristianesimo, e basta osservare le coste tirreniche: sono piene di torri per avvistare i musulmani».
Così Occidente e Islam sono al capolinea del dialogo?
«Trent’anni fa pensavo ci fosse la possibilità del dialogo, perché entrambi credono a un solo Dio. Ma da quando l’Islam è riemerso come realtà che vuole combattere l’Occidente ho cambiato idea. Anche perché, a un esame più approfondito, la concezione islamica di Dio è fondamentalmente diversa da quella cristiana: lì Dio non ama l’uomo, ma lo comanda. Come si può contrastare l’Islam? Occorre chiedere all’Occidente di avere fiducia, anzi quasi fede nella ragione, che è l’unica realtà che può contraddistinguerlo. La ragione, pur indebolita dalla sua assolutezza illuministica, deve avere fede in se stessa, ricostruire la propria identità e riscoprire che il suo stesso fondamento è la fede cristiana».