Ecco l’ultimo Padrino capace di uccidere senza dire una parola

Clan dei siciliani. Dopo 40 anni Rosario Gambino è tornato in Italia. Ha l’aria di un relitto. Ma quello che sa fa tremare

La prima foto segnaletica americana di Rosario Gambino ha quasi quarant’anni: mostra una specie di Michael Corleone, un Al Pacino più magro ma con lo stesso sguardo strafottente. Difficile, adesso, riconoscere il giovane boss nel vecchio secco e piegato che alle 9,30 di ieri viene scaricato dalla pancia di un jet sulla pista arroventata dell’aeroporto di Fiumicino e spinto con la sua sedia a rotelle fin dentro il posto di polizia. Don Rosario ha una felpa grigia, i denti in disordine, le gambe che navigano nella tuta. Lo caricano su un’Alfa rossa, e poi via verso Rebibbia. Ma prima i poliziotti fanno un gesto simbolico. Solo simbolico, ma assai simbolico. Gli mettono in mano un mandato di cattura ingiallito dal tempo, un atto che nel nostro codice non esiste neppure più. Sotto c’è la firma del giudice istruttore Giovanni Falcone. Ieri era il diciassettesimo anniversario del giorno in cui Falcone venne ucciso.
È durata a lungo, la caccia della giustizia italiana a Rosario Gambino, dal giorno del 1980 in cui Falcone firmò - con la grafia chiara della sua stilo - l’ordine di cattura. È durata così a lungo da dubitare che il vecchio che ieri è sbarcato a Fiumicino non sia ormai che un relitto, un sopravvissuto con ormai poco a che fare con la mafia di oggi, con il mostro magmatico in cui la vecchia Onorata società si è reinventata nell’era del computer. Manca dall’Italia da quarant’anni, e gli ultimi venti li ha trascorsi nel chiuso di un penitenziario federale, in America. Cosa può sapere, il vecchio boss, di cosa accadeva da questa parte dell’Oceano mentre lui a Brooklyn scalava da bravo soldato i gradi della famiglia Gambino?
Eppure non è così. Perché Gambino è un mafioso di quelli di una volta. Sa che nell’animo e nel destino di un mafioso ci sono anche il rapporto con lo Stato, la delazione, il pentimento, la contrattazione. Però per trattare devi avere qualcosa da dire. E i suoi segreti, come una assicurazione sulla vecchiaia, don Rosario se li porta dentro da sempre. Conosce i misteri palermitani degli anni Sessanta, sa dove è nascosto - se ancora esiste - il tesoro degli Inzerillo, i boss devastati dalla prima guerra di mafia. Ma sa anche storie più recenti e delicate. Conosce i percorsi per cui, sui due lati dell’Atlantico - quando lui era già un emergente delle famiglie di New York - gli affari di Cosa Nostra incrociarono la faccia sporca dell’Italia pulita. Fu la sua famiglia, la famiglia Gambino, ad aiutare il banchiere italiano Michele Sindona a fingersi rapito per ricattare i suoi protettori politici. E fu a casa di Rosario Gambino a New York che Sindona riparò poche settimane dopo avere fatto assassinare l’avvocato Giorgio Ambrosoli, il coraggioso liquidatore della sua banca. «Il mio cliente non può tornare in Italia altrimenti lo ammazzano», aveva detto il suo avvocato un paio d’anni fa, mentre cercava in ogni modo di evitare l’estradizione di don Rosario.
Il resto, la storia di Rosario Gambino in America, è la storia esemplare di un padrino italiano a Brooklyn, roccaforte assediata dalle mille mafie più affollate e violente che la globalizzazione ha scaraventato sugli Usa. Chi avrebbe osato, trent'anni fa, buttare in burla con i Sopranos, i riti di una comunità feroce e potente? Ma nella bolgia del crimine globalizzato, i Gambino hanno saputo tenere dritta la barra.
Rosario e i suoi due fratelli, Giovanni «John» Gambino e Giuseppe «Joseph» Gambino - morto nel 1993 -, per la giustizia americana sono la testa dei «Gambino di Cherry Hill», la Collina delle ciliegie, la zona del New Jersey da cui hanno controllato per anni il traffico dell’eroina e della cocaina. Un business che hanno controllato anche quando sono finiti in galera, attraverso i loro uomini fidati: Dominic Cefalu e John D’Amico detto «Jackie Nose», finiti due anni fa nella retata «Iron Tower» dell’Fbi. Lei è un boss, chiesero a Jackie Nose. «Sono il boss della mia casa e del mio cesso», ringhiò lui.
Invece don Rosario - raccontano gli sbirri americani che ne hanno seguito le gesta in questi anni - è un uomo silenzioso e discreto. Difficile crederlo, guardando il rottame che ieri veniva spinto sulla carrozzella: ma Rosario Gambino è un uomo di mondo, uno capace di portare la sua faccia e il suo accento nelle feste dell’America che conta. C’è una storia raccontata dal New York Times. Su un campo da golf, una mattina del 1999, un giovanotto avvicina un avvocato che sta giocando. Il giovanotto è Tommy Gambino, imprenditore informatico, figlio di don Rosario. L’avvocato è Roger Clinton, fratellastro del presidente degli Stati Uniti. A presentarli è stato l’agente del cantante rock Gino Vannelli. Tommy gli consegna un Rolex. «Mi disse che era un’usanza italiana», cercò di spiegare Roger Clinton, quando l’Fbi gli chiese conto di quel Rolex, di un assegno da 50mila dollari e del perché avesse cercato in tutti i modi di ottenere la libertà su cauzione e di convincere suo fratello, il presidente, a firmare la grazia per il capo della «Lcn family», la famiglia di La Cosa Nostra, come la chiamano laggiù.
L’ultimo giorno del suo mandato, Bill Clinton firma 177 grazie. Ma don Rosario non c’è. Per il vecchio boss si chiudono le speranze. E si apre la strada che ieri, dopo più di quarant’anni, lo riporta a casa.